PROVINCIA DI LECCE - Ma che fine farà la Provincia di Lecce, intesa come ente territoriale? Ecco la ricostruzione della Gazzetta del Mezzogiorno e le domande della vicepresidente Simona Manca.
Il consiglio regionale decide di non decidere. Sulla riforma delle Province, contrariamente alle previsioni che davano l’assise pugliese in procinto oggi di varare un ordine del giorno da inoltrare al governo Monti, l’Aula di via Capruzzi non si esprimerà. È la «decisione» (passi il gioco di parole) assunta ieri dalla settima commissione, riunita dal presidente Giannicola De Leonardis con l’assessore agli enti locali Marida Dentamaro per esaminare il nuovo riassetto delle Province previsto dal decreto sulla spending review, ovvero la cancellazione di Bari e Bat e la fusione di Brindisi e Taranto (o la loro annessione a quella di Lecce, unica a sopravvivere insieme a Foggia).
L’assessore ha spiegato che «non può essere il governo ad assumere una decisione che ha ricadute così significative sul territorio», consegnando nelle mani dei consiglieri - insieme alla comunicazione fornita in giunta sul negoziato tutto in salita condotto con le Province - la «patata bollente» del riordino. «Patata» immediatamente girata a Roma: la Commissione ha deciso di consegnare tutta la documentazione al presidente del consiglio Onofrio Intronaperché si faccia carico di spedirla al governo nazionale. Il tutto al fine di evitare un redde rationem in Aula tra gli esponenti dei diversi territori: «Il governoMonti ha innescato questa mina - questo il ragionamento svolto, seppur tra qualche mal di pancia di chi avrebbe voluto incidere sul destino dei territori - allora completi il misfatto». Unico a smarcarsi dal coro, il vicepresidente del Consiglio, Antonio Maniglio (Pd), che ha presentato in commissione l’ordine del giorno, già preannunciato dallo stesso Pd. Com’è noto l’ordine del giorno è nulla più che un sollecito indirizzato al governo regionale o nazionale perché tenga conto degli indirizzi concordati in consiglio regionale. Ma anche questa prospettiva, evidentemente, deve aver spaventato i più, timorosi di tornare nei propri collegi elettorali (Brindisi, Taranto e Bat) a cantare la messa funebre.
Nell’odg, che a questo punto non verrà trattato nella seduta odierna dell’Aula, Maniglio azzardava una mossa che avrebbe messo a tacere le «guerre di campanile» tra i consiglieri: si rivolgeva un appello al Parlamento «perché si proceda alla modifica della Costituzione e a sopprimere tutte le Province», trasferendo funzioni e risorse «alle città capoluogo e alle Unioni dei Comuni, in quanto istituzioni rappresentative delle comunità e riconosciute dai cittadini come punto di riferimento per i loro bisogni». In pratica, invece di lasciarne in vita solo 2 su 6, si sceglieva la strada dell’abolizione totale, dando ai sindaci (raccordati in organismi di area vasta) potere di legiferare sui territori e impegnando la giunta regionale «a presentare entro il mese di ottobre un disegno di legge che, in attuazione della normativa nazionale, regolamenti l’organizzazione, la funzione e i poteri delle Unioni intercomunali della Puglia». Nulla da fare: lo spauracchio di assumersi una responsabilità dinanzi ai territori (e ai relativi collegi che, presto, potrebbero essere richiamati al voto) ha preso il sopravvento sui consiglieri. «Non decidere significa non rispettare la volontà popolare di un territorio - esclama infuriato Ruggiero Mennea (Pd) - quello della provincia Bat, che ha lottato oltre un secolo per auto-determinarsi. È un comportamento antipolitico e pilatesco. Continuo a ritenere che sarebbe opportuno o eliminare tutte le province o tenerle in vita tutte, dando luogo ad una seria riforma costituzionale. Il consiglio regionale ha il dovere di prendere una decisione chiara da proporre a Roma».
Anche nel Pdl, però, c’è chi scalpita: «mi chiedo come si possa fare tutto a colpi di decreto - dice Simona Manca (Pdl), vicepresidente della Provincia di Lecce - e in un clima di sostanziale indifferenza e silenzio». Forse dovrebbe chiederlo ai suoi colleghi di partito che siedono in Consiglio.















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