PDM - Ecco il bel racconto di Paolo Congedo. Come da regola, sulla portella del cuore!
In fondo si vive una sola volta, è il morire che può ripetersi.
La prima volta, mi toccò morire alla nascita, quando scoprì la gente imbecille che mi circondava, poi mi toccò morire in amore. Quella fu la mia morte peggiore.
Avvenne gradualmente, rispettando la mia privacy. Avvenne una notte in cui il mare era in burrasca e la sabbia fine, invadente e piacevole, mi teneva compagnia. Una tenda da mare assistette all'epilogo dei miei giorni più veri.
Attraversai il nartece e, spingendo la vecchia porta in legno, mi trovai nella fredda navata centrale, scevra di fronzoli e di influenze barocche che si respiravano a pieni polmoni nei paesi finitimi. Anche quella volta, pur se con toni mistici, mi accolse con serenità, come sempre. Mi guardai attorno e tutto aveva il sapore di antico, di tesori avuti in grembo e mai partoriti, come l'amore che non trovò un lieto fine, mentre i miei neuroni andavano di pari passo con il battere del mio cuore disperato. Lei aveva occhi chiari. Delicata e diafana d'animo. Di me amava tutto ma io ero il nulla e di quello vivevo. Di nulla e d'amore.
Avanzai silenzioso cercando di farmi spazio in quell'aria greve, fra i profumi che non dimentichi.
Ero riuscito a sopravvivermi più volte e più volte e dalle sue mani, lei mie avevano respirato distanze e assenze. Non quella volta. Quella volta era diverso. Poi alzai gli occhi e rividi il cristo di sempre e le sue mani grondavano sangue e i chiodi erano quasi una liberazione, come i tre tagli che mi ero inflitto negli anni. Ogni volta a sancire un passaggio, una fase del rapporto. E ogni volta il cutter affondava e ritornava sulla traccia segnata poco prima. Tre tagli come a significare inizio, purgatorio e fine del rapporto. La trilogia, il numero perfetto.
E io amavo crogiolarmi fra i numeri e a me era toccato morire anche quella volta.
Gli sguardi che mi si posavano addosso pesavano più dei macigni ma feci finta di nulla: cosa ne sapevano dell'amore? Feci finta di nulla e avanzai silente. Nulla mi sfiorava, eccetto il profumo di lei che sentivo ben definito, lo sentivo ancora nonostante gli anni che ci avevano diviso.
Chiusi gli occhi e provai a percorrere la navata laterale. Gli archi a sesto acuto mi scorrevano a fianco con le monumentali vetrate decorate a mosaico e gli altarini in marmo freddo –freddo come il suo cuore- mi ricattavano con gli occhi caritatevoli delle madonne sanguinanti, come quando io vivevo e morivo un po’ per volta. Poi la vidi. Il viso era emaciato e i suoi capelli sottili e chiari. Radi. Quella volta non era toccato a me, morire.















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