PDM - Paolo Congedo incontra Florentino Ariza e questi gli chiede di trascrivere la sua lettera all'amata.
Mia cara Fermina, ho contato i giorni dal nostro addio e il primo tocco di campana mi è bastato per capire quanto accadeva. In tutto questo lasso, ho trascorso anni duri alternati a momenti di assoluto sconforto. La tua lontananza ha pesato molto sul mio essere e non è trascorso giorno senza che io ti abbia pensata, non è trascorso giorno in cui io non abbia sofferto per la tua assenza.
Capisco, non siamo quelli che eravamo un tempo, di te ho poche notizie e dei tuoi capelli bianchi, dei capelli sottili di cui ti rammaricavi un tempo, di quei capelli, io conservo tutt'ora un grande rispetto.
In questi anni ti ho scorta solo di nascosto e raramente, quando ne avevo possibilità e cercando di creare meno imbarazzo e meno scandalo possibile, ma ti ho amata e con te parlavo, continuamente, non appena ero solo con me stesso. Mi hai ascoltata in silenzio e mi hai recato conforto, mi hai donato linfa per continuare la mia vita inutile.
Io, dal mio canto, ho cercato di essere assente quanto più potevo perché era giusto così: dovevo dare il tempo alle ferite per rimarginarsi.
Ti ho amata tutti i giorni della mia vita, voglio che tu lo sappia, ti ho amata anche prima del mio conoscerti, già prima tu c'eri.
Il mio corpo ha soggiaciuto più volte, è vero, e ai miei figli ho fatto solo piccoli e insignificanti regali, come ben sai, mai un bacio hanno ricevuto da me. Anche il tuo corpo si sarà donato a Urbino, ma spero si sia donato come il mio: senza il cuore. Quello mio ti era già stato consegnato anni prima, come anni prima avevo buttato la chiave.
Ora, ti prego, aprimi le pagine del tuo cuore e lascia che il mio corpo decadente ti sia vicino, le mie carni avvizzite vicino al tuo corpo fresco e candido, puro, perché così ti vedo ancora, mia adorata,
mia amata,
mio sogno,
mio tutto.
Tutto.















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