NARDO' - Le immagini di queste ore dovrebbero farci riflettere.
Dovrebbe essere ormai sotto gli occhi di tutti e tutte la fragilità del territorio italiano: uno spazio che non è fatto solo dalle città in cui viviamo, ma anche dalle campagne con i loro sistemi di canali, dai suoli coltivati (oggi molto meno) e dalle aree boscate. È fatto di coste — tanto affascinanti quanto fragili davanti agli eventi climatici di questi mesi — di zone artigianali e industriali in cui, d'estate, l'asfalto tocca temperature da forno, e di colline dove le frane e i fenomeni carsici ci ricordano perentoriamente che la terra non è affatto immobile.
Queste immagini dovrebbero farci comprendere che un territorio così eterogeneo e complesso è intrinsecamente fragile. Allora qual è la nostra scusa per non agire? Per non metterlo in sicurezza? Per ignorare i suoi bisogni che, di riflesso, sono anche i nostri?
Se vogliamo limitarci ai soli dati sul rischio idrogeologico, sappiamo ormai da anni che la Puglia è una regione vulnerabile all'interno di un Paese vulnerabilissimo. Così come siamo ormai in grado di dare un nome alle piogge torrenziali di questi giorni. Lo sappiamo noi e lo ripetono da tempo centinaia di studiosi; persino molti divulgatori sui social cercano di semplificare questi messaggi per il grande pubblico. Eppure c'è chi continua a essere sordo. Una politica senza immaginazione governa la maggior parte dei comuni italiani. Guardando al mio stesso comune, per quanto consapevole che l'azione delle pubbliche amministrazioni possa essere limitata, mi chiedo se l'incapacità di visione collettiva e l'assenza di lungimiranza nella programmazione economica e ambientale siano figlie di un'ingenua superficialità o di una colpevole ignoranza. Non è difficile credere che queste stesse dinamiche si applichino altrove.
Oggi la mia generazione sa che sta pagando e pagherà il conto di scelte sbagliate, eppure non possiamo assistere inermi al loro continuo ripetersi. Non possiamo permetterci di ridurre la politica locale a mero marketing territoriale, dove un luogo deve per forza essere "vincente" e "competitivo" e l'unica lente di lettura è quella economicista dello sviluppo.
Che fare, allora? Credo che oggi siamo chiamati tutti a confrontarci con scenari in continuo cambiamento. Dobbiamo comprendere come rigenerare il territorio ponendoci domande sulla sua trasformazione, sul riuso e sulla consapevolezza che, nei prossimi anni, la convivenza con il cambiamento climatico sarà una costante inevitabile.
Gloria Crisogianni















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