NARDO' - Il Venerdì Santo rappresenta il momento più doloroso della Settimana Santa, poiché rievoca la Passione di Cristo. Ogni rito e ogni gesto liturgico di questa giornata sono dedicati a commemorare il sacrificio di Gesù sulla Croce.
Anticamente nella Chiesa Madre di Nardò, dopo che il Capitolo Cattedrale aveva recitato l’Ufficio liturgico, si procedeva alla rimozione degli addobbi del Sepolcro. Alcuni fedeli portavano “li piatticeddhri” a casa e piantavano i germogli nel giardino o nell’orto in segno di buon auspicio. A volte li donavano anche alle vicine, come simbolo di augurio e di condivisione.
Dalle ore 13 e alle ore 15 si celebrava “l’Agonia di Gesù Cristo”. Ogni anno l’Arciprete del Capitolo invitava un padre predicatore, che dal pulpito commentava “Le ultime sette Parole di Cristo”. Il commento di ciascuna parola (statio) era intervallato da giaculatorie e dall’esecuzione di brani musicali eseguiti dalla banda.
Secondo la testimonianza oculare di una donna ultracentenaria, il suggestivo rito della “Schiodazione” del Crocifisso in cartapesta, oggi custodito nella Cattedrale, fu introdotto nel 1930. Il rito si svolgeva davanti alla prima delle colonne in stile gotico, alla destra dello stipone delle Reliquie dei Santi. Alcuni fedeli, sopraffatti dalle grida e dalle esclamazioni dei presenti, cadevano improvvisamente a terra per la forte emozione provata. La scena diventava ancora più toccante durante la rappresentazione della “Schiodazione”. Ciò avveniva dopo la proclamazione della settima parola: “Nelle tue mani, Padre, consegno il mio Spirito”. In quell’istante seguiva un rumore intenso e terrificante, che sembrava scuotere le mura del luogo sacro, simile ad un boato sismico. Quel fragore seminava tra i presenti panico, pianto e tremore, rendendo il momento ancor più drammatico e travolgente.
Al termine dell’Agonia si celebrava la cosiddetta “Messa scirrata”, officiata da tre presbiteri in modo disordinato. Durante la “Messa scirrata” la mensa eucaristica era spesso priva di tovaglia, i candelieri erano ridotti a uno solo, l’ordine delle ampolline dell’acqua e del vino era invertito e a volte il celebrante non indossava la stola. La celebrazione si protraeva più del consueto poiché i tre officianti, sopraffatti dall’intensità del rito ne rallentavano lo svolgimento.
A tarda serata, quando il buio cominciava ad avvolgere il paese, si svolgeva la Solenne Processione di Cristo Morto. Vi prendevano parte, oltre al Vescovo, il Capitolo della Cattedrale, i sacerdoti e i religiosi, le congreghe e le Pie Unioni cittadine, che, secondo un preciso ordine gerarchico, precedevano il carro del Cristo Morto. Alla processione si univano anche le corporazioni cittadine, che gareggiavano nella cosiddetta Asta e a coloro che offrivano di più veniva concesso il privilegio di portare la bara del Cristo Morto.
I portatori indossavano lo smoking nero con la camicia bianca e la cravatta nera. Chi non poteva permetterselo, lo prendeva in prestito dagli sposi novelli dell’anno. Dietro i portatori della bara vi erano i devoti e la statua della Beata Vergine Maria Addolorata, vestita di nero e portata a spalle dalle Pie donne, anch’esse vestite con tailleur nero e guanti neri.
A chiudere la processione, c’erano la storica Banda Verde di Nardò e il coro delle voci bianche, che intonavano l’inno “Sulla salma insanguinata c’è l’ucciso Nazareno”, composto dal maestro Giuseppe Cacace di Taranto e introdotto a Nardò dal Vescovo Ricciardi, suo concittadino.
Il Venerdì Santo era solitamente una giornata uggiosa, fredda e ventosa. I neretini la descrivevano come un giorno di profonda amarezza, tanto che irecitavano l’antico detto: “Puru lu Signore sta chiange”, riferendosi al cielo nuvoloso e privo di sole
L’arrivo della processione, lungo le strade, veniva annunciato dal triste rumore della troccola, uno strumento di legno munito di maniglie di metallo che, quando venivano scosse, battevano ritmicamente contro il legno producendo un suono secco, cadenzato e penetrante.
Il confratello incaricato di suonarla, detto troccolante, si scopriva il capo in segno di rispetto e al termine della processione baciava la troccola nel punto in cui era raffigurato il simbolo della Passione.
Il suono della troccola spaventava spesso i più piccoli, che si aggrappavano con forza alla mano della madre.
Al passaggio della processione le strade si animavano di persone che partecipavano con la preghiera creando un’atmosfera intensa e carica di sacralità.
La processione si concludeva all’alba del Sabato Santo, dopo aver percorso quasi tutte le vie del centro storico.
Essa era molto più di un semplice rito religioso, era espressione di profonda devozione e di partecipazione collettiva.
Mariella Adamo e Lucia Bove















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