Nel Salento di un tempo, quando la coltivazione della vite occupava un posto centrale nella vita e nell’economia delle campagne, esisteva una figura molto conosciuta e importante nella compravendita dell’uva: “lu zinzale”, chiamato anche “lu traminzanu”.
Era il mediatore che metteva in contatto i proprietari delle vigne con commercianti, cantine e stabilimenti interessati ad acquistare l’uva, destinata poi a essere trasformata in mosto e vino.
Conosceva bene quel mondo e le persone che lo animavano. Sapeva dove si trovavano le vigne, chi aveva prodotto l’uva migliore, chi aveva intenzione di vendere e quali compratori erano alla ricerca di determinati quantitativi. Per questo si spostava continuamente da una campagna all’altra, spesso in bicicletta o anche a piedi, incontrando persone, raccogliendo informazioni e mettendo in contatto chi vendeva con chi comprava.
Il termine “zinzale”, nel dialetto locale, viene usato con il significato di “zanzara”. Secondo una spiegazione popolare tramandata nel tempo, il termine potrebbe richiamare proprio il comportamento della zanzara, in riferimento alla figura del mediatore che interveniva nelle trattative tra venditori e compratori, ricavandone una provvigione.
Al di là dell’origine del nome, “lu zinzale” rappresentavauna figura importante nell’economia agricoladi quel tempoe faceva datramite tra duemondi che avevanobisogno l’uno dell’altro.
La sua attività, però, non riguardavasoltanto l’uva. Lamediazione poteva interessareanche altri prodottidella terra, comele olive, ilgrano, l’orzo e altre produzioni agricole. “Lu zinzale” simuoveva quindi piùin generale nelmondo degli scambiagricoli, mettendo incontatto chi avevaqualcosa da venderecon chi erainteressato ad acquistarlo.
Andava nelle campagne per farsi un’idea della produzione. Osservava le piante, i grappoli e gli acini e cercava di capire quanta uva si sarebbe potuta ottenere.
Quando non esistevano ancora gli strumenti e le analisi di laboratorio che oggi permettono di conoscere con precisione le caratteristiche del prodotto, gran parte della valutazione si basava sull’esperienza, sull’occhio e sul palato.
Guardava il colore degli acini, la grandezza e la compattezza dei grappoli, la consistenza della buccia. Ma soprattutto assaggiava. Prendeva un acino, lo schiacciava tra i denti e, dal sapore, cercava di capire se la maturazione fosse arrivata al punto giusto. Un acino dolce e maturo poteva dare indicazioni sul grado di maturazione dell’uva e sulla sua ricchezza in zuccheri, un elemento importante per la successiva trasformazione del mosto e per la gradazione alcolica del vino.
Era un sapere costruito negli anni, attraverso l’osservazione, l’esperienza e la conoscenza delle campagne.
Con il tempo entrò in uso il mostimetro, che permetteva di avere una misurazione più precisa del contenuto zuccherino del mosto.
Il momento del raccolto era particolarmente importante per il contadino.
Dopo un anno di lavoro nei campi, la vendemmia rappresentava il momento in cui si raccoglieva il frutto di tanta fatica. Dal ricavato della vendita dell’uva poteva dipendere il sostentamento della famiglia e la possibilità di affrontare le spese accumulate durante l’anno. A quei tempi non sempre si poteva pagare tutto subito. Molti beni di prima necessità venivano acquistati “a credenza”: il contadino prendeva ciò che serviva per la famiglia e il pagamento veniva rimandato. Il commerciante segnava ogni acquisto sul suo quadernetto nero, annotando con cura quanto era stato dato e quanto restava da pagare.
La vendemmia diventava così un momento atteso anche per poter saldare quei debiti.
Con il denaro ricavato dalla vendita dell’uva si potevano pagare i creditori e mantenere fede agli impegni presi durante l’anno.
Non era soltanto il raccolto di un prodotto della terra, ma il risultato concreto del lavoro di una famiglia e, spesso, la possibilità di guardare con un po’ più di serenità ai mesi successivi.
Dopo aver valutato il raccolto, arrivava così il momento della trattativa.
Il proprietario cercava naturalmente di ottenere il prezzo migliore. Il compratore, invece, cercava di acquistare a condizioni convenienti.
Tra le due parti c’era il mediatore, che conosceva entrambe e cercava di portarle a un accordo.
Si discuteva della quantità, della qualità, del prezzo al quintale e delle modalità della vendita.
Una volta raggiunto l’accordo, “lu zinzale” riceveva il compenso per il proprio lavoro: una provvigione che, secondo la memoria tramandata dagli anziani, era del 3% sul valore della trattativa.
Proprio da questa consuetudine sarebbe nata anche una curiosa espressione popolare:
«Sta ti ndi cali cu lu tre per per centu!»
L’espressione veniva usata in senso ironico o scherzoso per rivolgersi a chi si intrometteva in una discussione o in una questione senza averne titolo, come se volesse inserirsi nella faccenda soltanto per ricavarne qualcosa.
Erano tempi in cui molte cose si facevano sulla fiducia. Ci si conosceva, ci si incontrava di persona e spesso la parola data aveva un valore importante. Per questo, una volta stabilito il prezzo, poteva bastare una stretta di mano.
Nella memoria tramandata dagli anziani del luogo vengono ricordati alcuni uomini che svolsero questo mestiere.
Tra questi ci sono Cosimino Milanese, Ettore Piccione e Santo Panico, che avrebbero avuto il compito di mettere in contatto i proprietari delle vigne con i grandi stabilimenti interessati all’acquisto e alla trasformazione dell’uva.
Tra le aziende dell’epoca figurano Rocca e Radaelli, con sede in via Generale Cantore.
Il mestiere, però, non richiedeva soltanto conoscenza del territorio e fiducia.
Come in ogni attività di questo tipo, potevano entrare in gioco anche l’abilità nella trattativa e, secondo alcuni racconti tramandati dagli anziani, una certa astuzia.
Nella tradizione orale del territorio sono rimasti anche racconti di presunti espedienti che alcuni mediatori avrebbero potuto utilizzare per influenzare la lettura del mostimetro durante le contrattazioni. Non riguardano, però, le persone nominate in precedenza.
Secondo questi racconti, tali pratiche avrebbero potuto servire a ottenere condizioni più favorevoli nella compravendita dell’uva.
Si tratta, è bene precisarlo, di racconti tramandati nel tempo, che non intendono attribuire tali comportamenti a tutti i mediatori e che non costituiscono fatti documentati.
Che questi episodi siano realmente accaduti o siano stati in parte amplificati dal racconto popolare, fanno comunque parte della memoria contadina. In essa il mestiere del mediatore era associato non soltanto alla conoscenza delle campagne e alla capacità di mettere in contatto venditori e compratori, ma anche all’abilità di trattare sul prezzo e di muoversi all’interno di un mondo commerciale complesso.
La figura del mediatore non è scomparsa, ma è cambiata nel tempo, adattandosi alle nuove esigenze del mercato, ai nuovi strumenti e alle diverse modalità di lavoro.È soprattutto la figura tradizionale di “lu zinzale”, quella conosciuta dai nostri nonni, a essere diventata sempre più rara.
Oggi raccontare “lu zinzale” significa custodire il ricordo di un mondo semplice e autentico, che vive ancora nella memoria di chi lo ha conosciuto.
Mariella Adamo















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