Fuori piove come piove nel Salento quando il cielo vuole ricordarci che la geografia comanda e noi obbediamo, e la luce va e viene con la pigrizia di un vecchio sacrestano.
Dentro l’auditorium di Corsano, di venerdì sera, qualche centinaio di ostinati sceglie di parlare del Sud, cioè dell’argomento più frequentato e meno risolto della storia italiana. Lo dico con affetto: il Sud è l’unico malato che ha più consulenti che sintomi. Eppure accade qualcosa che nei convegni è raro quanto un sindaco che restituisce un finanziamento: si parla sul serio, senza il sussiego dei cerimoniali e senza quella lagna che da un secolo scambiamo per pensiero meridiano.
Li chiama a raccolta Idee a Sud Est, sedici anni di libri portati nei bar, di tornei di cuni il 25 aprile, di una casetta dove i libri si scambiano come altrove si scambiano le maldicenze. Il tutto sotto l'eccellente e rigorosa moderazione di Carlo Ciardo, incisivo e impeccabile nel guidare i tempi e l'anima del dibattito. Gente che racconta e poi va a capo, e ricomincia tenendo conto degli errori dell’anno prima, che sarebbe già una rivoluzione se la praticasse anche qualche ministero.
Il presidente della Camera di Commercio Vadrucci ci ricorda che in cinque anni la provincia guadagna cinquemila imprese, quando tutti la danno per un’anagrafe di rassegnati, e che otto milioni di turisti arrivano ogni anno senza treni, senza aerei e senza strade, per cui, dice, bisognerebbe dare loro un premio. Novantasei campanili, aggiunge, e ciascuno suona per conto proprio. Un campanile è una cosa bellissima. Cento campanili che non si accordano sono una cacofonia, e il turista da Bologna che vorrebbe prenotarsi la salita al campanile di Lecce non trova nemmeno la porta.
L’ambasciatore Roberto Orlando, che a Corsano è nato e che da quarant’anni non vi torna se non come figlio di qualcuno, ci porta il Niger sul palco come si porta una lettera da un parente lontano. Ventotto milioni di anime, sei figli per donna, elettricità per un cittadino su cinque, e in tre anni un colpo di Stato e milleseicento civili uccisi dai jihadisti. Poi, con una grazia da vecchio diplomatico che non ha perso la sensibilità letteraria, ci consegna la frase della serata: la periferia subisce ciò che accade, la frontiera contribuisce a determinarlo. Tutto sta a decidere da che parte della carta geografica ci si vuole mettere, e di solito il Sud sceglie la parte sbagliata per abitudine, non per destino.
Il magistrato della Corte dei Conti Giovanni Natali porta i numeri, che sono testardi come i contadini: un reddito pro capite che è poco più della metà di quello del Nord, un’occupazione al quarantasei per cento contro il sessantaquattro, comuni in dissesto a frotte, fondi europei spesi con la lena di una processione. Ma vuole anche dire che il Mezzogiorno cresce da quattro anni più del resto del Paese, e che il PNRR accorcia i tempi delle carte, e che la qualità delle istituzioni è il vero capitale, perché le leggi scritte male sono come le strade senza asfalto: si arriva lo stesso, ma pagando il pedaggio in dignità.
Il direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia, Rosario Tornesello, uomo di giornale e quindi di diffidenza, ricorda che i nostri figli partono per studiare e non tornano, che siamo diventati terra di partenza più che di accoglienza, che la ZES porta appena due insediamenti nuovi e il resto è fatto di chi già c’era. E cita Mennitti, il quale diceva che essere sul mare è un fatto geografico, essere di mare è un fatto morale: significa avere imparato dal vento contrario a procedere a zig zag, e ad arrivare lo stesso.
Poi viene Luciano De Francesco, che confessa di non sentirsi a suo agio sui palcoscenici, ed è il più eloquente di tutti, perché parla con le mani sporche di lavoro. Corregge il presentatore: suo padre non era Don Pietro, era maestro Pietro, e quel titolo è una medaglia guadagnata sul campo. Racconta di una fabbrica a Surano DFV a cui, dopo un milione di oneri pagati, mancano il metano, l’acqua e la fogna, e di un allaccio elettrico che costa ottantamila euro per attraversare una strada. Qualche volta, dice, non sappiamo se stiamo meglio del Niger. Un imprenditore che non si lamenta mai, e che quando lo fa lo fa con i numeri, vale più di cento assessori che si lamentano sempre. Chiede una cosa semplicissima e per questo quasi impossibile: norme stabili, incentivi che durino più di una stagione, perché non si costruisce una fabbrica con un orizzonte di dodici mesi.
Dai microfoni arrivano anche due voci da lontano, quella di Paolo Giordano, che vede in Puglia un laboratorio fragile e testardo, e quella di Marcello Veneziani, che invita il Sud a inventarsi una sua via meridionale alla modernità senza ricadere nel fatalismo e senza fare la caricatura del Nord. Io, che di fatalismi ne ho visti parecchi, dico che ha ragione, e aggiungo che il fatalismo è la forma più elegante della pigrizia.
Ma la cosa più vera viene detta quasi di sfuggita. Il Direttore Tornesello ricorda che nella cucina di Edoardo Winspeare e Celeste Casciaro le sedie sono tutte diverse, perché nel vicinato ci si scambia le sedie quando arrivano gli ospiti, e quelle che tornano a casa non sono mai le stesse che sono partite. Ecco il Sud: un mobilio meticcio di greci, bizantini, normanni, spagnoli, turchi, tenuto insieme da una cortesia che non si insegna e non si compra.
Tra dieci anni non so che cosa saremo. Sarà quello che sapremo fare delle nostre strade, dei nostri porti, delle nostre leggi, dei nostri ragazzi, e della nostra insopportabile, preziosa abitudine di dare la sedia a chi arriva. Se la ZES diventa strutturale, se i campanili imparano l’accordo, se qualche figlio torna con il sapere in valigia, allora la frontiera vince sulla periferia. Altrimenti resta, come sempre, il mare, che non ha colpa di niente e continua a guardarci, paziente, dal fondo della sera.















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