
Un commento sull’ospedale San Giuseppe-Sambiasi, formato natalizio (da non confondere con l’amico Mino). Lasciamo stare (sì, lasciamo stare!) che ormai il nostro antico ospedale è morto e sepolto, ma è arrivato il tempo della verità sulle vicende che hanno riguardato il nosocomio, sino alla sua definitiva chiusura. Nella città in cui poco si discute e quando succede lo si fa anche male (vedi i casi di Castellino e Condotta), al gong delle porte sbarrate del Sambiasi, non c’è stata (a parte le lodevoli eccezioni) una sola presa di posizione che abbia riguardato il mondo medico e quello istituzionale.
Non c’era molto da dire. I medici , vecchi e nuovi, si sono ben guardati dal dire qualcosa, segnalando un egoismo che il loro Ippocrate non contemplava e che finanche Dante stigmatizzava “come potè trovar dentro al tuo seno loco avarizia…? Dall’altra, non una parola da Palazzo Personè. Anzi, molte, buone soltanto per esorcizzare quello che poi puntualmente si è verificato. Per significare cosa? Che la chiusura era stata accompagnata da due veloci alfieri sino alla camera mortuaria. Che realmente esiste, nuova di zecca, extra-luxe.
Sempre in argomento, ha fatto impressione la lettera inviata agli organi di stampa da Fernando Fiorito della Usz-Cisl. Ben argomentata, partiva dal Piano di riordino per chiamare alle loro responsabilità le istituzioni regionali e locali, sindaco in testa. Eppoi, diritti di tutela della salute e diritto all’informazione su quanto è successo, Protocollo d’intesa compreso. E altro ancora, da parte di chi, sul versante sindacale, aveva pur sempre qualcosa da dire. E, invece, la lettera è caduta nel vuoto. Nessuno ha risposto, nessuno ha ritenuto meritevole che quella lettera potesse accendere qualche lume. Amen.
Altra vicenda, non meno importante, parla della poca passione con cui trattiamo certi temi. La potremmo anche chiamare distrazione. Ebbene, nello stesso periodo della lettera di Fiorito, la nota trasmissione televisiva “Che tempo che fa” ha incentrato buona parte della serata sulla vicenda dei caporali a Nardò. Insomma, Boncuri, Yvan Sagnet , pomodori e angurie. Il tutto magistralmente trattato da Roberto Saviano.
Per chi non l’abbia ascoltato, lascio alla personale immaginazione il contenuto della sua esposizione. E’facile indovinare. Insomma, sentire per otto, dieci e anche più volte ripetere Nardò in un contesto così importante faceva un certo effetto. Al di là della notorietà del personaggio, c’era la sostanza dell’argomento in uestione. Direte, che cosa c’entra tutto questo? Anche in questo caso, a partire dalla mattina seguente (e nemmeno dopo), non c’era traccia della cosa sui giornali locali, come anche mancava da parte delle istituzioni (certo, non si tratta soltanto di Palazzo Personè), una nota sull’argomento. Inutile? Direi di no. Potevano intervenire, “prendendo la parola”, semmai soltanto per dire che era confermato il loro impegno a favorire l’integrazione e salvaguardare i diritti dei migranti. Siete d’accordo?
Luigi Nanni















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