NARDO' - A trent'anni dalla morte del grande leader. Con foto che non vi potete perdere.
Vedo in giro per Nardò alcuni manifesti di commemorazione di Enrico Berlinguer e pensando a quelle giornate del 1984 mi è venuto un urgente desiderio di parlare, di comunicare tutto quello che abbiamo sentito dentro di noi in quei giorni e che sentiremo vivamente per tutta la vita.
La sensazione che come aveva detto Roberto Benigni "in quei giorni bruciava il firmamento" l'abbiamo provata tutti.
Abbiamo pensato tutti non solo che era successa "una tragedia politica" ma che la sua morte era per ognuno di noi, al di là del colore politico e le idee, una disgrazia e una perdita personale.
Giorno dopo giorno avevamo sempre ammirato la sua forza morale, la sua straordinaria libertà mentale, la sua rettitudine, il suo coraggio e quel dono che aveva di parlare alla gente, di dominare la folla senza mai assumere i connotati e le spoglie del potere.
Ci siamo accorti, nel momento che moriva, che ognuno di noi aveva con lui un rapporto personale, fiducioso e confidenziale e in quei giorni avevamo una grande voglia di gettare via la nostra fatuità, vanità, viltà e miseria come solitamente accade quando siamo colpiti da una grande disgrazia e il nostro animo diventa improvvisamente deserto e severo.
Fu un momento in cui ognuno voleva cercare un significato in quella perdita e imparare a vivere in un modo meno spregevole e meno vile.
Negli anni seguenti alla sua scomparsa abbiamo capito quanto ci era necessario, quanto era necessaria a tutti la sua presenza umana e quanto tutti gli volevano bene.
Conoscendolo e approfondendo la sua vita ho capito la sua indole riflessiva e contemplativa, il suo amare la letteratura e lo studio, quanto amava Platone, Leopardi, Montale, la musica di Wagner, Croce, Sant'Agostino.
Parlava di rigore, moralità, equilibrio, passione, fatica, tenacia, tutte cose che allora e soprattutto adesso sono fuori moda e che soprattutto i giovani sentivano e sentono la mancanza e purtroppo il bisogno.
Ho avuto in più occasioni la fortuna di conoscerlo, di stare con lui, di parlarci e quello che mi ha colpito di lui era la sua riservatezza, timidezza, la sua forza severa, discreta e triste.
Quella sera a Gallipoli nel Ristorante Marechiaro dopo il bellissimo comizio con immensa manifestazione di popolo in Piazza Osanna, prima delle elezioni comunali del 6 Giugno 1982, scoprii un uomo logorato dalla fatica e con una grande voglia di serenità, di fare contemplazione, di normalità, di voglia di trovare uno spiazzo per tirare due calci dietro un pallone. Arrivai in ritardo al ristorante a Gallipoli poiché in quegli anni come Segretario della Sezione del PCI di Nardò, era normale abbandonare la piazza per ultimo e dopo avere messo a posto il palco. Appena Berlinguer mi vide entrare si alzò dal posto dove insieme agli altri dirigenti del PCI mangiava e mi salutò. Abbandonò i commensali, ci appartammo e mi chiese notizie di Nardò, del mio lavoro e dei compagni e mi manifestò per la mattina dopo il desiderio di una passeggiata vicino al nostro mare prima di iniziare una ennesima faticosissima giornata.
Purtroppo andai la mattina seguente all'albergo dove alloggiava ma era già partito molto presto. Dopo qualche giorno mi chiamò a Roma dove in una riunione della Direzione del PCI, esaminò dettagliatamente i risultati di Nardò e degli altri piccoli Comuni coinvolti in quella tornata elettorale. Ricordo che erano presenti in quella riunione Nilde Iotti, Alfredo Reichlin, Alessandro Natta, Ferdinando Di Giulio, Giorgio Napolitano, Alessandro Barca, Achille Occhetto.Pietro Ingrao,Emanuele Macaluso, Aldo Tortorella.
Dopo qualche mese insieme con un gruppo di compagni di Nardò in occasione di una manifestazione nazionale in Piazza San Giovanni in Laterano, trovò il tempo di riceverci alle Botteghe Oscure, ricordandosi della bella e amichevole accoglienza che aveva avuto a Nardò e riconfermando il rapporto personale, fiducioso e confidenziale con il Segretario della Sezione che quel giorno di Giugno lo aveva presentato in Piazza Osanna e poi gli aveva fatto passare qualche minuto sereno a Gallipoli.
Il mio amico Biagio Valerio mi ha chiesto di parlare del PCI di allora e del PD di oggi.
Ritengo sia molto più importante e attuale fare parlare direttamente Enrico Berlinguer evidenziando una sua intervista a Repubblica del 28 Luglio 1981 molti anni prima che nascesse tangentopoli e circa 33 anni fa.
"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss".
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.
Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti".
E poi..
"La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude."
Queste parole fanno rabbrividire per quanto siano vere nel loro tragico radicarsi e avverarsi.
Oggi a parer mio la situazione descritta da Enrico Berlinguer è ben più grave, umiliante e pericolosa di allora.
La nostra continua ad essere una crisi morale e di sfiducia nel paese aggravata dalla latitanza della elite e dalla pochezza delle classi dirigenti politiche.
Nelle ultime elezioni si è rivelata la vitalità di un paese che non si rassegna e che comprende la grandezza della posta in gioco.
Questa è la grande sfida e questione di fronte al Partito Democratico e a tanti " uomini di buona volontà" dietro l'esempio di tanti uomini come Enrico Berlinguer.
Pantaleo Pagliula






















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