LIVIO ROMANO - "Sempre stato molto lento nel metabolizzare le emozioni. Sempre aspettato un bel po’ prima di metter nero su bianco qualche rigo".
D’altro canto, Stefa’, se fossi qui tu: son convinto che insieme a me rideresti a crepapelle del fatto che da un momento all’altro tu semplicemente non ci fossi più. Riempiremmo il pensiero funesto di una nube di humour e scherno. Questo dover usare verbi al passato mi suona grottesco, inconcepibile, inaudito. Era un appuntamento fisso, il vederti due o tre volte all’anno. Ascoltare le idee mirabilmente folli che ti erano nel frattempo venute, tu che potevi guardare le cose dalla visuale di duemila chilometri messi fra questa cittadina che odiamo e amiamo e la città che la vita ti aveva portato a vivere.
Come tantissimi di noi sognavi di ritornarci, ché alla fine ritorniamo tutti: si sa. E stavi lì e ti pigliava il nostos, e stavi qui e magnificavi la modernità e il progresso di Zurigo. Storia vecchia. Direi che da vent’anni racconto sempre questa, di storia. Che è il mio topos-ossessione. Non per niente avevi fatto dei miei libri un vessillo di cui andare orgogliosa nelle terre crucche. Li facevi leggere, li diffondevi, e mi imbarazzavi per tanto affetto.
Una volta giravo per la Federazione Elvetica a tener conferenze ed ero stufo di far lo splendido e dormire in albergo e venni da te, in quel quartiere verde e silenzioso. Per la prima volta dopo giorni dormii di sasso. Poi facemmo colazione e sembravamo due tizi spuntati fuori da uno dei primi film di Woody Allen. Due nevrotici con la stessa voglia di mordere la vita e la stessa divorante annichilente paura. Ridemmo di noi a squarciagola, nonostante il silenzio del condominio.
Un’altra volta tornammo da Perugia a Nardò in autostop –esiste ancora l’autostop? Fu incredibile quante auto faceva fermare il tuo sorriso solare e furbetto, quelle fossette belle, quella cascata di riccioli biondi. Non lo raccontammo ai nostri genitori, sbarcammo qui come fossimo reduci da un viaggio in treno. Ma anche lì si consumò una scenetta da coppia di nevrotici in viaggio. Nella foga di conquistare le rispettive stanzette nei tetti paterni, fra zaini –esistono ancora gli zaini?- e buste, il delicato equilibrio della vespa di mia sorella andò a farsi benedire. Capitombolammo ancor prima di partire. Risate a non finire.
Come me, come tanti, ti eri laureata in Giurisprudenza. Ma al contrario di me all’inizio ci credevi. Ti piaceva il diritto del lavoro. Erano per me gli anni della sbornia yuppie. Ti provocavo dicendo che avrei fatto la tesi in diritto commerciale. Poi sia te che io siamo finiti a insegnare lingue, come tantissimi giurisprudenti senza convinzione. Ma sulla politica, sui rapporti umani, sull’idea di convivenza civile eravamo sempre d’accordo. Con te, e con la tua straordinaria famiglia, della quale non saprei dire quel è il membro migliore dal momento che siete stati ciascuno, per me, una ricchezza, un forziere di cultura profondissima e ironia e civiltà. Lo dico sempre e credo d’averlo anche scritto.
Voi, i Tarricone, i Raho, e pochi altri: la parte migliore di questa città. Gente che se la incontri non c’è bisogno di dire “che deriva, Grillo”: è ovvio, è assolutamente normale che ognuno di noi avesse fatto gli stessi pensieri senza che ce lo fossimo detti. Stessi libri letti, stessa mentalità, stesso amore per la libertà. Radical chic? Gauche (sans, nel nostro caso) caviar? Come che sia, mi sento orgogliosamente appartenente a voi, e a te che di tutti noi eri il pigmalione, quella che trovava il risvolto tragicomico, impensato, esilarante d’ogni faccenda.
Mi piacevano pure i due uomini più importanti della tua vita. Li ho visti abbracciati, stretti fortissimo, mentre tu eri là, colpita da una scarica elettrica imprevista e imprevedibile. Mi è sembrata una cosa di insostenibile drammaticità, commozione, civiltà, tenerezza. Mi sarei strappato la pelle per il dolore, soprattutto per quello derivante dal saperti strappata ai tuoi adorati, meravigliosi fratelli.
Eri qua, in una fase della tua vita molto felice. Avresti goduto di quel mare che io so bene quanto si sogni, al momento dell’addormentamento, quando si vive molto lontani. Gli assessori al Turismo e le Pro Loco sottovalutano quanto i salentini della diaspora abbiano contribuito a diffondere le nostre bellezze nel mondo. Più efficaci di qualsiasi spot e qualsiasi fiera internazionale.
Stefania Zuccaro, tu eri una di loro, una fra le più appassionate. Poi l’imponderabile ti ha colpita alle spalle. Tu sai bene che io stesso l’anno scorso ho rischiato di morire. Pensa che lo stesso angelo ha soccorso sia te che me. Una donna che ha salvato tante vite, qua e là nei dintorni.
Ebbi il tempo di rendermi conto che la cosa era grave, ma anche di ridere di me stesso che venivo trascinato a sirene spiegate verso un reparto di rianimazione. A te questo oscuro imponderabile destino ha evitato l’ultima battuta autoironica. Nessuno di noi se ne farà mai una ragione. Mai.
















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