NARDO' - Don Camillo la spunta sempre sull'onorevole Peppone, non solo nei romanzi di Giovannino Guareschi ma anche nella realtà.
Sono troppo forti i suoi alleati "celesti" mentre i poveri (ex) comunisti si vedono troppo spesso costretti a "secolarizzare" la propria fede politica davanti ai cambiamenti della società e del proprio simbolo di partito.
Succede anche a Nardò dove per acquistare la storica sede del Pci (poi Pds, infine Ds e Pd) c'è in pole position proprio la curia vescovile della diocesi retta da monsignor Fernando Filograna.
Ed è un vecchio sogno proprio dei sacerdoti più anziani della potente curia nerito-gallipolina: "conquistare" ogni immobile nella splendida piazza Pio XI, lì dove sorge l'antica cattedrale di Nardò. La piazza è una sorta di enorme corte con soli due varchi, uno dei quali sormontato da un arco che unisce l'ex seminario vescovile all'episcopio. Dall'altra parte, invece, c'è sì una via ma che dà accesso alla cosiddetta piazzetta del calvario sulla quale si affaccia l'entrata secondaria alla chiesa madre.
Insomma, una piazza chiusa, nella quale fino a qualche anno fa c'era un elemento "estraneo" e cioè la centrale della Telecom, piazzata proprio di fronte alla chiesa ma che la curia stessa ha provveduto ad acquistare.
In un angolino dell'ampio slargo, però, una struttura alta e longilinea continua a "resistere": un papavero rosso nella distesa di gigli di santa madre Chiesa, proprio la sede dei "comunisti". Parliamo della Casa del Popolo e sede del Pci, comprata con tanti sacrifici dai compagni all'inizio degli anni Settanta, costata 11 milioni e amorevolmente restaurata con successive sottoscrizioni.
Anche oggi, a cercarla, sembra nascondersi dietro un'ampia siepe di rampicante. Ti metti con le spalle alla cattedrale, fai dieci passi in avanti e dietro un angolo che sembra far morire lì la stradina scopri, invece, le bandiere (un tempo orgogliosamente rosse) e ancora oggi un bel manifesto gigante di Berlinguer. Al solo pensiero che presto verrà eliminato per metterci, chi lo sa, il bel primo piano di un prete beato, ai compagni di Nardò sta venendo l'orticaria.
Eppure pare ci sia poco da fare: proprio la curia, mesi fa, ha effettuato alcuni lavori di rifacimento ad immobili di proprietà ma confinanti con la sede del partito. Poi ha tirato fuori il conto, 5mila euro che gli ex compagni hanno pagato. Ma il fatto ha messo in contatto le due entità ed i sacerdoti ed hanno bussato – con i piedi - alla porta della BriLeTa Srl, la società che gestisce tutti gli immobili dell'ex Pci nelle tre province salentine, alcuni dei quali ormai in via di dismissione.
Ed allora... "Contrordine compagni: la sede del partito è in vendita". E quel che è peggio che a comprare sono proprio gli "avversari": i preti della locale curia.
L'obbedienza cieca, pronta e assoluta con cui il conservatore Giovanni Guareschi dipinge i comunisti italiani negli anni Cinquanta sta vacillando paurosamente, soprattutto a Nardò. I comunisti, infatti, esistono ancora, come sostiene il Cavaliere, ma si sono mimetizzati anche nel Pd, nipotino dell'orgoglioso Pci neritino che con i sacrifici di centinaia di sottoscrittori comprò, all'inizio degli anni Settanta, una prestigiosa "casa del Popolo". Undici milioni il costo, di cui sei raccolti proprio da militanti, anche poveri, e dirigenti del partito per acquistarla dall'imprenditore Francesco Tarantino.
I tempi, però, cambiano. Così sbiadiscono bandiere ed ideologie anche se a passarci oggi, da Piazza Pio XI, è possibile notare il rassicurante sorriso di Enrico Berlinguer che guarda, benevolo, la facciata della cattedrale di Nardò. La sede, infatti, è rimasta lì con le sue grandissime stanze restaurate (nel 1986 sempre i militanti spesero altri 36 milioni per restauri e interventi strutturali importanti), ospitando tutti i leader comunisti (e poi diessini) passati da qui. Per settimane resta chiusa, a volte ci sale solo l'attuale segretario a sistemare carte e riguardarsi storici manifesti, perché la politica, ormai, si fa altrove: sui social network, nei bar, al cellulare.
Ecco perché la sede fisica rappresenta solo un costo. Lo sanno bene le gerarchie ecclesiastiche neritine che, per la verità, attendono pazientemente da almeno un decennio che si presenti loro la buona occasione: la sede (ex) comunista, infatti, è l'unica parentesi rossa in una santa distesa di edifici.
Quel pezzettino che manca, incastonato in un angolo remoto della piazza (che si chiama Pio XI...) completerebbe il sogno curiale di conquistare alla causa l'intera, enorme, piazza che vede riuniti nello stesso luogo la cattedrale, l'episcopio, il museo diocesano, la sala convegni e chissà cos'altro verrà impiantato nell'ex palazzo della Telecom, recentemente acquistato.
Non solo: la sede del Pd confina con altre strutture di proprietà ecclesiastica in via Personè tanto è vero che la "tentazione" della Chiesa locale di fare "en plein" nasce proprio da alcuni lavori effettuati dalla curia su questi edifici. Dopo la realizzazione delle opere, infatti, è stato presentato il costo al Pd: 5mila euro che il partito ha pagato con grandi difficoltà.
Cinquecento, poi, sempre dati alla BriLeTa, sono stati presi dai fondi della sezione locale retta da Rino Giuri ma poi la palla è passata sempre alla società che gestisce i beni dell'ex Pci, in tre province, che già è gravata dal dover pagare Imu e tributi locali.
La Chiesa, insomma, è diventata creditrice del partito e "don Camillo" e in quel periodo non ha tardato a presentare il conto e lanciare "l'Opa" per l'acquisto all'onorevole Peppone con la certezza che, anche stavolta, ha l'aspersorio dalla parte del manico.
















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