NARDO' - Allarme in periferia. Decine di carabinieri, alcuni in mimetica ed altri con i cani, le cosiddette "unità cinofile", hanno circondato un edifici nelle campagne di Nardò. Diverse auto e altri mezzi impegnati nel maxi blitz avvenuto alle prime luci della mattina di sabato. Ecco perché.
Intorno alle otto del mattino di sabato era ancora tutto in atto con decine di militari, alcuni addirittura con la tuta mimetica e le armi in pugno, hanno letteralmente circondato una masseria nella zona di Boncore, alla periferia nord di Nardò. L'operazione ha comportato un enorme dispendio di mezzi e di uomini con carabinieri giunti da altre stazioni e gruppi della provincia.
Delle armi ancora nessuna traccia, ma i carabinieri sono certi siano ancora in possesso degli indagati. Per questo gli uomini del Nucleo investigativo hanno perquisito da cima a fondo le abitazioni dei tre arrestati, e non solo. Dalle prime luci dell’alba fino a mezzogiorno, i militari hanno perquisito una grande masseria, in località Boncore. Si tratta di una struttura particolarmente estesa, di proprietà di tre fratelli che rientravano nelle frequentazioni di uno dei presunti responsabili del furto.
Durante l’ispezione, i carabinieri hanno utilizzato i cani antidroga ed antiesplosivo delle unità cinofile di Modugno, ma al termine del controllo pare non sia stato trovato nulla di utile ai fini delle indagini. In particolare, furono portate via dalla caserma due pistole mitragliatrici M12, 200 cartucce calibro 9x21 parabellum, un giubotto ed un casco antiproiettile ed una placca di riconoscimento per agenti di polizia giudiziaria.
A detta degli inquirenti, gli esecutori materiali del furto sarebbero Arcati e Buccarella, mentre Bianco avrebbe ideato ed organizzato il progetto. Ciò che induce la Procura a ritenere che le armi siano ancora in loro possesso è il contenuto di un’intercetta - zione fra Bianco e Buccarella, durante la quale quest’ultimo paventa la possibilità di vendere le armi «a quelli di Monteroni », che gli investigatori identificano in affiliati del clan Tornese.
Un impiegato della guardia forestale fra i tre presunti responsabili del furto di armi messo a segno il 15 luglio scorso nella caserma di San Cataldo. Un «basista », come lo ha definito il procuratore capo Cataldo Motta, che avrebbe fornito indicazioni precise su come trafugare ciò che era custodito nell'armeria.
Si tratta di Ermanno Bianco, 41 anni, di Porto Cesareo, arrestato all'alba di ieri dai carabinieri del Nucleo investigativo. Oltre a lui due presunti complici: Antonio Boris Arcati, 34 anni, di Leverano, e Angelo Buccarella, 44 anni, di Nardò.
Le accuse contestate nell'ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari Vincenzo Brancato, su richiesta del sostituto procuratore Massimiliano Carducci, sono quelle di furto aggravato, detenzione e porto di armi da guerra e munizionamento. A dare un apporto decisivo alle indagini svolte dal comando provinciale è stata la testimonianza di un carabiniere libero dal servizio, dipendente dalla stazione di Rho milanese, che nella notte fra il 12 ed il 13 luglio ha assistito al sopralluogo a San Cataldo da parte degli autori del furto. Agli investigatori ha rivelato di aver visto tre individui scendere da una Fiat Panda di colore giallo, per poi dirigersi verso la caserma.
Insospettito, il carabiniere ha approfittato della loro assenza per scendere dalla macchina ed appuntare il numero di targa. Dopo otto minuti circa, i tre sono ritornati per poi allontanarsi definitivamente. Il militare ha poi fornito la targa ai colleghi del Nucleo investigativo, diretti dal tenente colonnello Saverio Lombardi e dal capitano Biagio Marro, che in breve tempo sono riusciti ad identificare il proprietario. L'auto appartiene ad una donna, convivente di Arcati, ritenuto dagli investigatori vicino ad ambienti criminali.
Intanto, però, le indagini dei carabinieri si erano già indirizzate verso Bianco, l'impiegato della forestale: l'esame dell'armadio metallico in cui erano custodite le armi ha infatti permesso di accertare come i malviventi conoscessero perfettamente l'esatta collocazione dell'armamento, avendovi praticato i tagli alla lamiera solo in determinati punti. Il 41enne, poi, sembrava essere in gravi difficoltà economiche. L'esame dei tabulati telefonici di Bianco ha confermato i sospetti degli investigatori: proprio a ridosso dei giorni del furto sono stati trovati numerosi contatti con Buccarella che, a sua volta, si era sentito telefonicamente in quello stesso frangente con Arcati. La perquisizione nella casa del 34enne di Leverano aveva poi permesso, nell'agosto scorso, di trovare una fiamma ossidrica ed arnesi atti allo scasso, compatibili con le modalità del furto.
Come se non bastasse, l'uomo aveva lasciato le sue impronte sulla porta blindata dell'armeria e su una busta di plastica rinvenuta sul posto. Le notizie diffuse sulla stampa in relazione all'attività investigativa hanno scatenato i commenti di Bianco e Buccarella, che non sapendo di essere intercettati si sono lasciati andare a considerazioni ritenute dagli inquirenti inequivocabili circa il loro coinvolgimento nel furto. Tanto da spingere la Procura a chiedere e ottenerne l'arresto.
















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