NARDO' - Del sindaco Marcello Risi e dell'onorevole Rino Dell'Anna.
“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire! “ con queste parole pronunciate via radio il partigiano e futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini, il 25 aprile 1945 proclamava lo sciopero generale e annunciava l’insurrezione in tutte quelle zone italiane ancora occupate dai nazifascisti.
Dalle montagne i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Erano poche migliaia nell’autunno del ’43, diventarono circa 300.000 nell’aprile del ’45. Tra questi, molti provenivano dal Sud Italia. Una ricerca di Pati Luceri ha dettagliato il contributo degli uomini e delle donne leccesi nella lotta per la Liberazione e la Democrazia. Il suo accurato studio è stato pubblicato in un’opera “Partigiani antifascisti e deportati di Lecce e Provincia”: un meticoloso archivio anagrafico, in cui Luceri porta alla ribalta quelle storie spesso sconosciute che rischiano di cadere nell’oblio. La sua laboriosa ricerca ha consentito di identificare nomi e cognomi, data di nascita, brigata di appartenenza periodo di militanza e luoghi di lotta di ogni combattente partito dalla provincia di Lecce: sono 1226 i partigiani e i patrioti che presero parte alla lotta contro il nazifascismo.
Tra questi ricordiamo alcuni nomi. Ugo Baglivo avvocato di Alessano fucilato nelle Fosse Ardeatine, Michele Schiavone di Scorrano, morto nel carcere di Turi dove era stato confinato, Giuseppe Sozzo poeta e pittore di Surbo, prigioniero nei lager in Polonia e poi in Germania, Emanuele Caracciolo nato a Tripoli da genitori gallipolini, imprigionato a Regina Coeli e ammazzato con un colpo di pistola alla nuca.
E ancora Umberto Leo, l’ultimo partigiano leccese che ci ha lasciati pochi giorni fa. Classe 1926, allo scoppiare della guerra, partì volontario nella guardia di finanza. Per partire falsificò a penna la data sul certificato di nascita. In un’intervista racconta “Cancellai il 6 e scrissi il 2…a quel tempo era facile, tutto a penna si scriveva, non c’erano le macchine!”. Ma ben presto si accorse si essere dalla parte sbagliata e subito dopo l’armistizio, l’8 settembre 1943, passò nelle file dei partigiani, tra quelli che i fascisti chiamavano banditi e i cittadini chiamavano ribelli. Con il nome di battaglia Leos, entrò a far parte della XIX Brigata Garibaldi “Eusebio Giambone”. Rimase anche ferito, in un’azione di sabotaggio, dall’esplosione di una granata e fu tratto in salvo da un contadino che lo trovò, ancora riverso per terra, molte ore dopo. Nell’aprile del ’45, durante i giorni della liberazione, non si era ancora ripreso dalle ferite al torace. Ricoverato in un ospedale di campo, fu raggiunto dagli amici partigiani che lo portarono, in macchina, a festeggiare con loro. Nel luglio successivo rientrò a Lecce. Il viaggio durò 10 giorni. Arrivò a Napoli in un furgoncino con dei compagni partigiani, e da lì proseguì un po’ a piedi, un po’ con mezzi di fortuna. E un tratto lo fece anche in treno e non si accorse che proprio sullo stesso vagone viaggiava con lui suo fratello: non si riconobbero, erano troppo piccoli quando si erano lasciati. Nei primi anni del dopoguerra collaborò con Enzo Sozzo per fondare la sezione locale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, di cui fu anche presidente onorario.
E alla fine di una sua intervista, rilasciata proprio all’ANPI, Leo sottolinea l’importanza di conoscere e far conoscere alle nuove generazioni le brutture della guerra e del fascismo. Sono i genitori, che devono raccontare ai propri figli le storie ascoltate proprio dalla voce dei protagonisti di quel periodo buio. Sono i docenti che devono insegnare agli studenti l’amore per il proprio Paese, e attraverso il sapere, mettere nelle loro mani gli strumenti per cambiare quello che non va ed evitare che gli errori del passato possano ripetersi anche oggi.
Marcello Risi
sindaco di Nardò
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Il valori del 25 aprile: pietra miliare per le future generazione
La Festa della Liberazione è e deve sempre essere il riferimento imprescindibile dell’identità democratica italiana e l’eredità politica e culturale da condividere e tramandare alle future generazioni. Oggi è la festa dell’Italia democratica di cui ciascuno, a prescindere dal colore politico, può e deve sentirsi parte fondamentale. E’ il giorno delle nostre libertà.
Piero Calamandrei diceva: “La Resistenza non è un’ideologia, è una sintesi, è una premessa. La Resistenza può essere ancora un incontro, un colloquio, una presa di contatto, un dialogo: un avviamento tra avversari politici a intendersi e rispettarsi”.A maggior ragione, oggi, in questa Italia così segnata da una profonda crisi di fiducia e mancanza di speranza. I valori della Liberazione ci appartengono, ci riguardano. Perché ancora oggi abbiamo bisogno di un impegno diretto, di partecipazione. Soprattutto da parte dei giovani. La democrazia vive di partecipazione. Ancora abbiamo bisogno di quella capacità di immaginare il futuro, di sentirsi protagonisti e attori del proprio futuro. Di “quell’aria di speranza” che si respirava, dopo tante tragedie, nell’aprile di settanta anni fa.
Gregorio Dell’Anna
Italia Unica Salento
















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