NARDO' - Il mistero dell’ “Homo sapiens neritonensis” scandagliato a fondo da un ricercatore e autore di studi, Giampiero Dantoni.
La lettura è molto avvincente e non interesserà solo gli studiosi e quanti sono affascinati dall'ipotesi che a Nardò sia stato realmente "ritrovato" il primo Homo Sapiens della storia dell'Umanità.
No, interesserà anche quanti vogliono vedere questa vicenda sotto l'aspetto turistico, culturale, politico (nella accezione più nobile del termine) e di promozione del territorio.
Da ciò scaturisce un appello dello studioso al sindaco Marcello Risi. Un "assist", se vogliamo, per l'assessore alla Cultura Mino Natalizio nelle "more del giudizio" sulla datazione dei dentini! Una storia del genere, se ben confezionata, potrebbe davvero essere una "svolta" per Portoselvaggio, per Nardò, per l'intero Salento.
Bisognerà solo ben lavorarci, riempirla di contenuti.
Ed, allora, che aspettiamo a leggere?
(Nell'immagine: ricostruzione di bambino neandertaliano di Elisabeth Daynes).
Quando il 2 novembre del 2011 fu pubblicato l’articolo (“Early dispersal of modern humans in Europe and implications for Neanderthal behaviour” di Stefano Benazzi et al.) sulla prestigiosa rivista scientifica inglese “NATURE”, il nome di Nardò balzò all’improvviso agli onori delle cronache.
Senza rendersene pienamente conto, abituata com’è a sopravvivere nella sua piccola sfera chiusa ed asfittica, la città venne quasi stordita dalla grande notorietà internazionale guadagnata dal clamore della notizia: eravamo diventati inconsapevolmente la culla del primo Homo sapiens d’Europa! Cioè: il più antico uomo europeo nacque qui 44.000 anni fa, a Nardò, che all’epoca non esisteva neppure, per la precisione in una grotta (del Cavallo, a Uluzzo). Roba da non credere, per un paese sprofondato nel cupo pessimismo! Eppure qualcosa di vero c’è. Intanto ci sono i reperti di quella creatura e, guarda caso, non si trovano nel territorio al quale appartengono. Ma andiamo con ordine.
A partire dalla data suddetta, dopo la pubblicazione dell’articolo su “NATURE”, stampa e TV nazionale ed internazionale si sono buttate sulla notizia. Come di consueto, hanno dato sfoggio di tutta la fantasia e poesia di cui sono capaci per attrarre l’attenzione del moderno “sapiens” ed europeo, che da quello di 44.000 anni fa dovrebbe discendere, ma oggi sfortunatamente per lui privato del tempo necessario ad approfondire la notizia oltre i titoli. Non sarò certo io a privare la mia città di un così gradito record e della notorietà internazionale, seppur effimera, ma di cui non si è più valsa finora per trasformarla in opportunità di sviluppo. Forse che lo scetticismo è implicito nella natura del neretino? Vero o meno che sia, ricordiamo alla popolazione intera, amministratori compresi, che anche in assenza del reperto famoso di cui si parla, la città dispone già di una massa imponente di reperti documentari archeologici unici e noti a livello mondiale, dispersi in mezza Italia dei musei, ma assenti nel territorio per legge proprietario: il nostro. Veniamo alla novità. Al di là del fiume di sciocchezze elargite a piene mani dalla stampa vi è un dato inoppugnabile: le conclusioni apparse sulla rivista sono tutte da verificare. Intanto si deve dire che autorevoli ricercatori non condividono le conclusioni degli autori dell’articolo. Vediamo di capire perché partendo dal lontano 1963.
All’epoca, durante gli scavi di grotta del Cavallo ad opera di Arturo Palma di Cesnola (Univ. di Siena), vennero alla luce tre denti molari decidui (di lattante) provenienti dallo strato contenente strumenti dell’Uluzziano datati circa 35.000 anni. I denti furono attribuiti alla specie Homo sapiens neandertalensis, che era considerato l’autore della “cultura litica” denominata “Uluzziano” dal Palma di Cesnola. Il sapiens moderno sarebbe comparso ad Uluzzo poco dopo, all’incirca 30.000 anni fa con la specie denominata di “Cro Magnon”. E questo è quanto si sapeva. Fino al 2 novembre 2011. Nel frattempo dei denti si perdono le tracce, si dovevano trovare all’Università di Siena, ma spuntano a Vienna. Lo si scopre grazie alla pubblicazione dei risultati delle nuove ricerche condotte con moderna tecnologia computerizzata dal ricercatore capofila Stefano Benazzi, ricercatore presso l’Università di Vienna, appunto. Giusto per chiarire, la ricerca è condotta in modo multidisciplinare fra varie sedi universitarie europee, Università di Vienna, di Tübingen, di Bordeaux, di Marsiglia, di Pisa (Francesco Mallegni), di Siena (Annamaria Ronchitelli), Museo di Storia Naturale di Budapest, Museo Nazionale di Scienze Naturali di Madrid, Accademia di Scienze di Brno, Masaryk University di Brno, Dipartimento di Antropologia del Museo di Storia Naturale di Budapest, Senckenberg Research Institute di Francoforte, Dipartimento Acceleratore al radiocarbonio della Oxford University. Un esercito! Da questa ricerca risulta che:
1- I denti sono di Homo sapiens sapiens e non di Homo sapiens neandertalensis.
2- Di conseguenza l’artefice della cultura Uluzziana è H. sapiens e non H. neandertalensis
3- La datazione del reperto passa da 35.000 a 44.000 anni fa
Quest’ultima conclusione risulterà clamorosa se si considera che il reperto più antico di sapiens è datato 40.000 e proviene dalla regione inglese del Kent. Gli inglesi sono incazzati neri perché gli hanno sfilato di mano il presupposto fondante il principio di “razza padrona” nel mondo occidentale, per via, appunto, della prova che attesta l’antichità dei discendenti del di primo “sapiens” europeo. All’improvviso una piccola città del sud Italia scippa lo scettro di “Culla della civiltà europea”. Ecco il minestrone di “cultura popolare” in cui i media hanno trovato terreno fertile di fantacultura. I fatti sono diversi e vanno approfonditi prima di confermare o smentire l’ennesima rivoluzione copernicana che, con una certa regolarità, caratterizzano la scienza preistorica. In particolare, nel caso specifico, la validazione della datazione con il 14C o radiocarbonio dei denti ha due punti deboli.
Il primo
Per la datazione sono state utilizzate alcune conchiglie ritenute “coeve” dei denti in quanto trovate in associazione stratigrafica (nello stesso orizzonte stratigrafico). Benazzi ha recuperato le conchiglie dalle scatoline etichettate (stesso riferimento stratigrafico dei denti) nel 1963 dal Palma di Cesnola e depositate presso gli scantinati della Sovrintendenza di Taranto. Ovviamente il Palma non li aveva repertati a scopo di datazione, per la quale occorre una assoluta certezza che il livello stratigrafico sia il medesimo per denti e conchiglie. Inoltre all’epoca gli scavatori disponevano di pochi mezzi e tecnologia e perfino di poca illuminazione sul cantiere. Pertanto non si può dare oggi per certo il rispetto di questa circostanza cruciale al fine di attribuire ai reperti la cosiddetta “sincronicità”.
Il secondo
A prescindere che le conchiglie siano coeve o meno con i denti , in realtà non sono stati datati i denti ma le conchiglie, che vissero nel mare prima di finire nello strato. Il metodo di datazione assoluta al radiocarbonio misura il residuo attuale di questo radionuclide partendo da un assioma tutto da dimostrare: che il carbonio 14 assorbito dall’uomo e dalla conchiglia quando erano in vita sia di uguale provenienza e concentrazione. Ma questo è ipotizzabile in ambienti uguali, e non è il nostro caso. Pertanto se ne deduce un forte rischio che la datazione della conchiglia non possa essere valida per i denti.
Alla fine sembra che tutto debba essere considerato con grande cautela. Ma intanto che la scienza discute e indaga, io fossi il Sindaco, avrei immediatamente preteso il ritorno in patria e a Nardò del mio grande reperto e l’avrei messo in una grande vetrina in municipio dove frotte di turisti sarebbero disposte a pagare per vedere l’Uomo moderno più antico d’Europa. Pro tempore. Fino a prova contraria.
A proposito. La definizione di Homo sapiens neritonensis al momento non esiste e si potrebbe candidare in caso venga tutto confermato in futuro.
Giampiero Dantoni
















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