
Possono davvero raccontarla? Sì, basta avere il cuore di ascoltarle.
Lo sa bene Bernard C. Gerber, un cittadino americano che ha voluto mettere ordine tra la corrispondenza del padre per poi raccogliere le sue lettere più interessanti in un libro, “Letters from Italy. Correspondence from Henry P. Gerber”, che racconta dal suo angolo di visuale privilegiato la vita nel campo profughi di Santa Maria al Bagno dal luglio 1944 al novembre 1945.
Ma il volume – segnalato da Gertrude Goetz a Paolo Pisacane, studioso del periodo - è anche un volo radente sui costumi e la vita nella provincia di Lecce in quel periodo.
Henry faceva il professore ad Aberdeen, negli Stati Uniti, quando decise di prestare servizio con l’United Nations Relief ad Rehabilitation Administration (Unrra), l’organizzazione delle Nazioni unite fondata nel 1943 per assistere economicamente e civilmente i Paesi usciti dalla Seconda guerra mondiale.
Così, come funzionario e osservatore, quest’uomo ha guardato la realtà di quel periodo nel piccolo villaggio neritino, invaso da migliaia di profughi provenienti dal centro dell’Europa e dai campi di concentramento, restituendola in forma di narrazione: centinaia di lettere, anche tre al giorno, inviate ai suoi familiari ed alla moglie Agnes. Proprio Agnes e la figlia Pauline che mandavano, periodicamente, beni di consumo dall’America. Come abiti dismessi, raccolti e spediti in Italia per essere distribuiti ai profughi.
Ebbene, gli abili artigiani che prima di essere deportati svolgevano i loro mestieri di ciabattini, sarti, fabbri, trasformarono quella donazione, diciamo pure le elemosine che riuscivano ad ottenere, in opportunità. Un lavoro creativo e dignitoso: misero su una fabbrica di bambole a Santa Maria al Bagno e svilupparono una primordiale, ma affascinante, forma di marketing turistico.
Sono solo “pigotte”, bambole di pezza. Ma raccontano davvero il viaggio, umano e geografico, che i profughi dovettero affrontare. Pauline, la figlia di Henry, ha conservato gelosamente gli esemplari e Bernard, intervistato dall’Aberdeen News del South Dakota, ha raccontato questa storia racchiusa in sei poveri ma bellissimi fagotti di pezza.
Le bambole, infatti - che rappresentano anche il partigiano slavo, la donna serba, quella tirolese (con la svastica al braccio), il gitano ungherese - vennero regalate dal padre alla figlia che le ha conservate per oltre settant’anni.
E ognuna, come ogni oggetto “d’origine controllata”, ha la sua targhetta in alluminio ed è bello leggervi: “Made in St. Croce by Jewish refugees”. (bv)


















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