NARDO' - Qualcuno ha letto (si fa per dire...) sui social network l'articolo del professor Ferdinando Boero apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno ma brutalmente tagliato in alcune parti interessanti e, sostanzialmente, stravolto da commenti a margine e glosse. A scanso di ulteriori adulterazioni vi facciamo leggere l'intervento di uno dei maggiori esperti di Biologia marina d'Europa, professore ordinario dell'Università del Salento. Senza titoli né aggiunte: è l'integrale. Ognuno legga quel che vuol leggere pro domo sua.
Credo che sempre più spesso le comunità costiere si oppongono alle condotte fognarie sottomarine. Sarei d’accordo con loro, se ci fossero alternative valide. Il riuso in agricoltura, che molti portano come panacea a tutti i mali, non è così facilmente praticabile. Ci sono problemi di costi da sostenere, e anche di possibilità di smaltimento.
Gli scarichi in falda, uno dei modi più comuni per liberarsi delle acque reflue, sono semplicemente criminali. E infatti sono oramai vietati. Chi costruisce case abusive sulla costa spesso ha adottato un sistema infallibile: butta tutto in mare. La logica è stringente: costruisco una casa in un bel posto, con un bel mare, poi metto un bel tubo che butta in mare le mie deiezioni e poi ci vado a fare il bagno. E magari mi lamento perché l’acqua è sporca. In Salento ci sono molti pozzi neri. Dovrebbero essere impermeabili. E andrebbero svuotati di tanto in tanto. Gli autospurghi dovrebbero scaricare nei depuratori, ma l’operazione costa. Così i reflui sono scaricati in mare, o nei campi.
La leggenda dice che dei pescatori che stavano uscendo, di notte, dall’insenatura del Ciolo furono investiti da una pioggia di m…da proveniente da un autospurgo che stava “spurgando” dal ponte.
L’autista era particolarmente romantico.
Molti proprietari di abitazioni con pozzo nero adottano lo stratagemma di rompere lo strato impermeabilizzante, in modo che l’acqua (e tutto quello che contiene) esca dal contenitore in cui viene conferita (mi piace molto la terminologia tecnica che riguarda questi fenomeni: conferita) e finisca nel terreno e poi in falda. A volte questa pratica non è neppure così criminale come pare, e il filtro del terreno potrebbe anche salvare la falda acquifera dall’inquinamento fecale. Ma anche no.
Il problema del Salento, per quel che riguarda lo smaltimento dei reflui, consiste nella differenza tra le presenze normali e quelle estive. Porto Cesareo, per esempio, passa da quattromila abitanti stabili a centomila presenze nel mese di agosto. Più o meno. Un depuratore non ce la fa a passare da quattromila a centomila. Quando riesce ad andare a regime i centomila se ne vanno e tornano ad essere quattromila. Lo stesso succede a Otranto, e in tutti gli altri posti baciati dalla temporanea fortuna delle presenze stagionali. Le condotte sottomarine, ovviamente collegate ad un depuratore, sono il male minore. Altrettanto ovviamente vanno fatte bene.
Per esempio il tubo non deve passare attraverso habitat di importanza comunitaria, come le praterie sottomarine di Posidonia o i fondi a coralligeno. Non si può scavare una bella trincea in una prateria di Posidonia e farvi passare il famigerato tubo. Chi lo fa è un criminale. Bisogna trovare i tracciati giusti, oppure bisogna scavare dei tunnel sotto le praterie sottomarine. Inoltre il tubo deve portare i reflui lontano dalla costa e lo sbocco deve raggiungere una profondità maggiore di quella dello strato di acqua riscaldata dalle alte temperature estive.
Mi spiego: d’estate l’acqua marina superficiale si scalda e si forma uno strato caldo che può raggiungere anche 20 o più metri di profondità. Questa stratificazione, acqua calda su, acqua più fredda giù, ha un punto di transizione, quello dove la temperatura cambia in modo quasi repentino. Chi va sott’acqua lo chiama “taglio”. Le acque reflue sono dolci, e l’acqua dolce sale (con quello che contiene). Se il tubo sbocca sotto al “taglio”, l’acqua dolce sale, incontra la barriera del “taglio” e si disperde, diluendosi rapidamente con l’acqua di mare. Gli effetti dei reflui depurati sono così mantenuti entro limiti accettabili.
La soluzione del problema è quindi di costruire depuratori che funzionano e di costruire condotte sottomarine che portino i reflui al di sotto del “taglio” (io consiglierei almeno 50 m di profondità) senza passare attraverso habitat di importanza comunitaria (cosa peraltro vietata dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea). Non ci sono soluzioni miracolose e alternative a questa. Se le case sono molto disperse sul territorio, la cosa migliore è il pozzo nero, l’autospurgo, il conferimento nel depuratore, la condotta sottomarina.
Un altro problema di gestione dei reflui riguarda l’atteggiamento dei paesi costieri che non vogliono i reflui dei paesi che stanno nell’interno. Gli escrementi di chi abita a una certa distanza dalla costa sono trattati come Salvini tratta gli immigrati. Teneteveli a casa vostra! Non li vogliamo! Razzismo fecale. Come tutto il razzismo, del resto.
La cosa più divertente è di vedere persone che hanno devastato gli ambienti costieri con migliaia di case abusive direttamente sulla linea di costa diventare improvvisamente ambientaliste e scagliarsi contro la condotta sottomarina. Se gli fai notare che hanno costruito in modo folle ti dicono: che c’entra? Non riescono a capire il nesso.
Se volessimo davvero proteggere e salvaguardare i nostri ambienti costieri dovremmo iniziare una serie di demolizioni a tappeto, con ripristino delle condizioni iniziali e, magari, con ricostruzioni a debita distanza dal mare. Questa volta con rigorosi criteri architettonici e urbanistici che tengano conto anche della bellezza di ciò che si costruisce. Fatto questo resterebbe il problema dei reflui, e la soluzione sarebbe ancora una volta un bel depuratore e una condotta sottomarina.
















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