NARDO' - Quella sera tornava a casa insieme a Renata Fonte, dopo il Consiglio Comunale: abitavano vicinissimi. Sentì gli spari, si affacciò, appuntò la targa dell’auto che scappava. Dopo pochi giorni i killer furono acciuffati. Mio padre era suo amico di infanzia, la mattina dopo fu lui a chiamarlo, a raccontargli l’orrendo misfatto. Erano cresciuti negli anni Sessanta, avevano guadagnato contemporaneamente questo fatidico “ruolo” a scuola che li proteggesse, da lì e per sempre, dagli stenti del Dopoguerra che avevano vissuto.
Era una delle due o tre persone più care, simpatiche, gentili di una città nella quale ho, come tanti, sempre faticato a integrarmi davvero, pur amandola moltissimo. Lo incontravo dal giornalaio, in farmacia, dal tabaccaio. Oppure lo incrociavo per strada, come succede in ogni piccolo centro del mondo.
Mi salutava sempre, con grandi sorrisi, con ampi gesti di amicizia. Mi diceva che il suo amico Pinuccio, mio padre, se n’era andato troppo presto per poter godere dei “successi” di un figlio così bravo. Alludeva ai libri che ho fatto, ai miei articoli che leggeva, alle interviste, le recensioni.
Ma io sminuisco sempre, figuriamoci di fronte a Flavio Filograna, del quale –ho sempre pensato- la mia persona non avrebbe mai eguagliato la statura morale, la sobrietà, l’eleganza. Mi sentivo particolarmente legato a lui anche per quel socialismo in cui credeva, che è, è sempre stato, e sempre sarà il mio stesso credo politico.
Sapevo poco della sua vita, tranne che, delle volte, l’ansia e il mal di vivere lo allontanavano anche dai suoi giri in bicicletta, sempre impeccabilmente vestito da gentiluomo inglese, sempre dritto, alto, asciutto. E sorridente. Con Luigi e Anna, i suoi figli, giocavamo, da piccoli. Gare a perdifiato in bici, fra i vialetti di quel morigerato “quartiere residenziale”, dimora della piccola borghesia cittadina.
Poi ci siamo persi di vista, è normale. Ma Flavio no. Flavio lo incontravo spessissimo, e non occorrevano troppe parole per commentare un titolo di Repubblica o del Corriere. Ciao amico, ti saluto col pugno chiuso: mi par del tutto ovvio.
















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