PDM - Nervi a fior di pelle. Fin dalla seconda serata di ieri l'altro, quando i dati hanno dato la conferma definitiva che il quorum non sarebbe stato raggiunto, sono stati riversati sui social network bile e livore a cascate. Senza entrare nel merito delle ragioni dei Sì e dei No (se non altro, perché l’ha fatto CHIUNQUE nelle ultime due o tre settimane), tiriamo le somme e vediamo cosa possiamo capire dai risultati. In punti e con qualche classico elettorale del day-after, così non si annoia nessuno.
ESISTONO GLI ASTENUTI CONSAPEVOLI
Capisco perfettamente che sia dura da accettare, ma ci sono anche loro: il quorum in questi casi rappresenta sempre un’insidia, perché se le posizioni opposte sono polarizzate in modo così marcato e il rapporto di forze è decisamente a sfavore di una delle due, da un punto di vista strettamente politico l’astensione diventa un’arma importante. I Sì vinceranno di sicuro? Benissimo, non andiamo a votare.
Non si adempie al proprio dovere civico (art. 48 della Costituzione italiana, attenzione a questa parola)? Sì. Qualcuno può fargliene una colpa? No. Politicamente, con questo obiettivo nella mente, rimaneva la mossa più efficace. Più che Renzi e le multinazionali del petrolio, direi che hanno vinto gli astenuti consapevoli.
I DANNATI NEL GIRONE DEGLI IGNAVI
E ovviamente, subito dopo la pubblicazione dei dati sull’affluenza, sono arrivate le invettive contro “la serva Italia, di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province, ma bordello”. Damnatio memoriae e requisizione immediata di ogni diritto politico e civile per i vili felloni che non hanno votato Sì e per chi vuole vedersi una trivella in lontananza quando andrà a fare il bagno la prossima estate, questo chiede a gran voce la rete mentre già si montano i patiboli nelle piazze centrali e si augurano torrenziali dissenterie a perfetti sconosciuti.
Democrazia non vuol dire solo avere la possibilità di scegliere e di andare a votare, ma anche rispettare le opinioni altrui come gli altri rispettano la nostra. Quindi anche se “i nostri nonni hanno combattuto per darci la possibilità di votare” (cit.), non vuol dire che dobbiamo usare la nostra opinione come una mazza ferrata su chiunque ci si pari davanti. Esiste un contraddittorio, tanto per i No quanto per i Sì, e dobbiamo farcene una ragione.
MATTEO, STAI SERENO
Ma questo referendum, alla fine, è mai stato effettivamente una consultazione sul rinnovo delle concessioni alle piattaforme estrattive nei mari italiani? Per alcuni sicuramente sì, ma per il Partito Democratico e per tutti i suoi oppositori è stato solo il primo round, il primo scambio di schermaglie prima della vera battaglia, per testare la tenuta degli schieramenti.
Più che un “referendum sul governo”, come definito da più di qualcuno, si è trattato di un primo pugno in attesa della consultazione costituzionale del prossimo autunno. E lì nessuno si potrà nascondere dietro lo scudo del quorum, non previsto per quel referendum: quasi 16 milioni di persone hanno votato domenica, l’85% delle quali ha scelto il Sì. È una brutta gatta da pelare per Matteo Renzi, e nessuno all’interno dell’establishment del PD sta facendo qualcosa per non inasprire lo scontro.
LA CONGIURA DEI PAZZI
A più di qualcuno, in area centrosinistra, non va a genio come prima Matteo Renzi. Il referendum è servito anche a questo, come tentativo di delegittimare il segretario fiorentino del Partito Democratico per insidiarne la leadership. E il pericolo per Renzi viene proprio da una delle regioni che hanno promosso la consultazione: Michele Emiliano, governatore della Puglia, potrebbe essere lì ad aspettare il momento giusto per colpire. Sempre se a un Enrico Letta “di passaggio”, rinato a Parigi come docente e direttore della Scuola di affari internazionali di SciencesPo, non venga chiesto di assumere un ruolo di primo piano all’interno di questa storia (da parte mia, però, non posso che augurarmi che resti qui da noi).
SAPORE DI SALE
Una domanda a tutti coloro che si stupiscono dei dati sui votanti. Fino alla vigilia, la cautela mi suggeriva di non spingermi oltre il 35% come limite massimo per un pronostico sull’affluenza alle urne; risultato finale: 32,15%. Cosa ci potevamo aspettare da un Paese che alle ultime politiche del 2013 ha fatto registrare il dato minimo sull’affluenza nella storia dell’Italia repubblicana (in quel tipo di consultazioni) e che alle europee del 2014 ha visto calare il numero dei votanti di circa 8 punti, scendendo al di sotto della soglia del 60% degli elettori? È questo probabilmente il dato più preoccupante.
Vogliamo avere voce in capitolo, decidere e far sentire la nostra voce? Facciamolo, più nell’urna e meno sui social. Ma impariamo a farlo anche al momento giusto: sono sicuro che molti degli elettori di domenica, la prossima volta che dovranno mettere una crocetta in consultazioni nazionali su un determinato simbolo o nome, ci penseranno su più di due volte.
Federico Plantera
Blogger de IlFattoQuotidiano.it (www.ilfattoquotidiano.it/blog/fplantera)
Tirocinante a SciencesPo Paris | LIEPP (Laboratoire Interdisciplinaire d’Évaluation des Politiques Publiques, http://www.sciencespo.fr/liepp/fr)
Fondatore e amministratore di www.unisalento.politicaMente.eu
C.d.L. Magistrale in Studi Geopolitici e Internazionali, Università del Salento
Fotografo/editor per Oca Nera (www.ocanerarock.com)
















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