“DATECI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO”
(Basta, però, che sia quello buono)
L’allarme di Franco Antonio Muci, nostro concittadino, Presidente di APPAL, (associazione provinciale panificatori artigiani leccesi). Una denuncia circostanziata sul prodotto dei supermercati. Che, zitti, non aprono bocca.
Parliamo di pane, di cose che hanno sostanza, non di chiacchiera da bar o spiritosa osservazione. Alla fine di solida denuncia e non certo di voce “dal sen fuggita”. Qui siamo in presenza di un rilievo circostanziato, con tanto di nero su bianco nella forma di volantini disponibili in alcuni punti-vendita. Che spiegano un po’ tutto e firmati non dal primo che passa, ma dal presidente dell’associazione provinciale panificatori artigiani leccesi, il nostro concittadino Franco Antonio Muci. Che non si limita a una pubblicità “comparativa” (in Italia ormai contemplata dal Giurì) per far apprezzare il proprio prodotto e “mettere in ombra” l’altro, ma si lancia in una dura presa di posizione, non certo per fatto personale, quanto per la carica che riveste e gli interessi che rappresenta.
Con una prima fondamentale osservazione: di fronte a diretta denuncia (di questo si tratta; qui di seguito meglio articoleremo) ai supermercati e al loro prodotto-pane, non risulta alcuna reazione, precisazione, distinguo. Insomma, per logica elementare tutto fa propendere che Franco Antonio Muci ha colto nel segno. Un’altra conseguente osservazione è quella di ritenere che la cosa non possa riguardare i soli panificatori, cioè di non lasciare tutto “l’impasto” nelle loro mani. E pensiamo ai consumatori, un po’ a noi tutti. Alla ricerca continua di trovare un buon pane, talvolta indecisi quando chiediamo consiglio di dove acquistarlo, di provare ora l’uno ora l’altro, sino a scoprire (quando si riesce a farlo) il gusto preferito. Operazione, non proprio semplicissima. Già questo ci dà l’idea di un prodotto che è molto cambiato nel tempo. E scordatevi pure voi anzianotti quando da ragazzi, già la sera precedente, vi recavate al forno a prendere il lievito necessario per l’infornata quotidiana (il pane di mamme e nonne) delle ore quattro di mattina, oppure delle sei, al più tardi delle otto. Preso da sotto le coperte e messo sul carretto per portarlo al forno. Tutto pane di grano, che dopo qualche ora veniva riportato già cotto direttamente a casa ed era “fresco” davvero, per tanti giorni e sempre saporito. Il profumo lo sentivi provenire dalla strada.
Oggi è tutto diverso e, per conseguenza, cambiato il nostro “rapporto” col pane, potendo gustare i vari preparati di questo “eccellentissimo” cibo. E che ci fa anche sopportare qualche lunga fila quando ci si intrattiene nella scelta. Alla fine, anche divertente, come quella di qualche giorno fa. Mi precedevano tre soli clienti (femmina-maschio-femmina) che esordirono con queste ordinazione: due “michette”, poi un filoncino, due pagnotte di segale e una di grano, tre “mantovane”, quattro “spighe” e una puccia “denocciolata bianca. Per finire (non ricordo chi dei tre): filoncino di semola, panetto di orzo, ciabattina morbida, due pagnotta di “riso-venere” e due rosette, però “vuote”. Poi chiese (femmina) se producevano pane di orzo, dei cinque cereali. Quello integrale l’aveva già comprato. Quando arrivò il mio turno avevo perso il conto e per far presto scelsi il primo pane a portata di mano.
Una situazione anche simpatica che ci distrae piacevolmente ma che ci porta dritto alla questione inizialmente rappresentata: “attenzione al pane dei supermercati appena sfornato perché non è come pensiamo”. E’ questo l’incipit del volantino-denuncia che, senza mezzi termini, spiega la scritta “pane caldo”, “pane appena sfornato”, “sforniamo pane tutto il giorno”. Per dire – così nel volantino – che dietro questa indicazione così invitante spicca la mancanza dell’aggettivo “fresco”. Che, per essere tale, ne indica le caratteristiche, previste dalla legge: un prodotto lievitato, infornato e venduto nelle prossime 24 ore. Se ne deduce – si prosegue – che la ragione per cui molti supermercati non hanno questa indicazione nel loro reparto forno è perché il loro pane non è fresco. E dunque, si tratta di pane congelato o parzialmente cotto, con cottura che avviene poco prima della vendita.
Un’informazione che già ci fa venire il mal di pancia e certo qualcos’altro, quando apprendiamo che impasto e lavorazione avvengono persino fuori del territorio nazionale, da Francia, Germania, Romania. E che, successivamente, che il pane viene surgelato e mandato ai relativi punti vendita e può avere addirittura due anni di vita! La vita di un bambino che già parla e probabilmente, visto il casino che combiniamo, ci manderebbe direttamente a quel paese! A questo punto – la deduzione - non si può certo parlare di “pane fresco”. E infatti, per ottenere una così lunga conservazione – ancora nel volantino - “ le farine vengono spesso addizionate con zuccheri e miglioratori, oltre a conservanti di vario genere; di frequente sono state scoperte farine di bassa qualità, con grani ricchi di pesticidi e metalli pesanti”. Per quello che si dice, la stessa nostra salute corre pericolo.
Potrebbe essere sufficiente per buttare tutto all’aria e (sorpresa) invece si scopre che una tal dicitura: “pane appena sfornato, sempre caldo etc “ parrebbe persino non infrangere la legge (ma, è evidente, si tratta di una legge sbagliata) e sostanzialmente certi produttori si farebbero beffe di noi ( come si preannuncia con le strane etichettature di prodotti italiani in ambito europeo). Ma una soluzione c’è ed è a portata di mano: maggiore informazione, verifica continua di quello che compriamo e scelta oculata dove comprare.
Insomma, consumatore avvisato …pane salvato!
Luigi Nanni
















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