Arturo Carrozza nasce a Nardò il 17 novembre 1924, da Antonio e Chiara Falangone.
Primo di otto figli, sette maschi e una femmina, lavora con il padre in campagna fin da bambino per aiutare la famiglia. Frequenta la scuola elementare con profitto fino alla quinta classe; riceve una educazione basata su profondi valori etici e religiosi. Le sue memorie sono scandite dalle ricorrenze religiose e dalla fede (uno dei fratelli, con il quale egli durante la prigionia tiene la corrispondenza, diventerà sacerdote).
A 18 anni viene deportato nel Lager Bezeichnung 247/I M.Stammalager II/A a Neubrandenburg in Germania, dove viene profondamente segnato da due anni di durissimo lavoro coatto cui i tedeschi, dopo il fatidico 8 settembre del 1943, costrinsero tanti prigionieri italiani (Internati Militari Italiani) privandoli della dignità di uomini.
Di questa sua triste e dolorosa esperienza, da giovane, ha raccontato poco, forse perché voleva dimenticare, forse perché il ricordo per lui era troppo doloroso e motivo di vergogna. Spesso però riferiva alla figlia primogenita che il suo nome, Carmina, era stato scelto per un voto fatto alla Madonna del Carmine durante la dura prigionia nel lager, quando temeva che non sarebbe più tornato a casa. Da anziano, quando soprattutto attraverso la televisione le notizie sulla vita nei lager diventano di dominio pubblico, comincia a raccontare le sue dolorose vicissitudini. Su sollecitazione delle nipotine e delle loro insegnanti, trova la forza di mettere per iscritto i suoi ricordi utilizzando foto, documenti, lettere che per lungo tempo aveva gelosamente custodito in una cassetta con lucchetto. Ha portato la sua testimonianza agli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado perché il suo racconto potesse essere per le future generazioni monito a non dimenticare, a ripudiare la guerra, a dire mai più alla barbarie, alla malvagità, alla sofferenza, alla fame, al dolore, cui sono costretti ingiustamente militari, civili e intere popolazioni inermi durante le guerre.
Il suo racconto/diario, scandito da date, indirizzi, nomi di commilitoni, di città, ha voluto intitolarlo “La mia prigionia”. Nell’ottobre del 1963 gli è stata conferita dall’Esercito Italiano la Croce al merito di Guerra “in riconoscimento dei sacrifici sostenuti nell’adempimento del dovere in guerra”.
Nel giugno del 2013, pochi mesi prima di morire, ha ricevuto dalla Presidenza della Repubblica la Medaglia d’Onore per aver contribuito con le sue scelte coraggiose a combattere il nazifascismo. Nella stessa occasione ha ricevuto dal sindaco Marcello Risi una Medaglia del Comune di Nardò, come riconoscimento a un cittadino esemplare che ha onorato la sua città mantenendo sempre salda la fede negli ideali di libertà. Grande e intensa è stata la commozione per quelle medaglie, simbolo di un riscatto atteso una vita, che ha tenuto strette al cuore e sono state di conforto fino alla morte.
Viene annoverato tra gli IMI (Internati Militari Italiani), protagonisti della Resistenza senza armi, ossia tra coloro che non con le armi da fuoco, ma col coraggio e la determinazione, con l’arma dei valori etici e dei nobili ideali, rischiando la vita, hanno difeso la Patria e la Libertà. La prigionia nei lager è stata riconosciuta dagli storici come una forma altrettanto nobile ed eroica di Resistenza al nazifascismo in quanto ha promosso la consapevolezza morale e politica che ha aperto la strada alla Liberazione, proprio come la lotta armata partigiana.
Anche Arturo, giovanissimo, catapultato nella violenta realtà della guerra, maltrattato, umiliato ed offeso, con coraggio e dignità, ha onorato la Patria e la sua città, Nardò.
Arturo muore a Nardò il primo gennaio 2014.
















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