NARDO' - In questi giorni sta partendo da diversi porti italiani e nel mondo la missione umanitaria Global Sumud Flotilla nata da una rete globale di migliaia di attivisti volontari, medici, artisti, ingegneri e avvocati provenienti da 44 Paesi per portare cibo, cura e dignità alla popolazione di Gaza.
Abbiamo già manifestato la nostra condivisione a questo atto politico e morale, a questo grido collettivo di coraggio e speranza contro l’indifferenza e il silenzio della comunità internazionale in una delle aree più isolate del mondo.
Siamo esposti ogni ora a notizie, immagini, testimonianze di dolore, di odio che continuano a insanguinare il pianeta. A Gaza continua la strage di civili con oltre 18.000 bambini palestinesi uccisi. Nella guerra Russo Ucraina prevale sempre di più il braccio di ferro e il diritto crudo della forza con centinaia di migliaia di morti in entrambi le parti. Sono un numero spaventoso e ogni giorno sembra andare peggio. Siamo di fronte a problemi planetari drammatici, forse irrisolvibili che stiamo affogando in un oblio di comodo con la nostra indifferenza.
Ci chiediamo spesso cosa sta accadendo a questa società che non riesce più a sentire e reagire di fronte a una realtà, così viva e drammatica, ma che non ci scuote più.
La guardiamo, ma non ci guarda, ci sfiora, ma non ci ferisce, vediamo tutto, ma non sentiamo più niente.
Pensiamo che non si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più inquietante: una forma di anestesia collettiva. Una estrema riduzione della consapevolezza morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci interrogare dalla sofferenza dell’altro. Non siamo diventati cinici, ma stanchi.
È la stanchezza, la fatica di restare umani in un tempo che ci chiede di essere efficienti, performanti, inattaccabili.
Ripetiamo da molto tempo che oggi la vera posta in gioco è la libertà. Non quella vuota e gridata ma la libertà autentica. Quella che crea legami, riconosce l’altro e che costruisce il futuro. Una libertà che non si accontenta di essere liberi, ma che sceglie di essere liberi, per cambiare le cose, per non accettare la disuguaglianza come destino, per negare le guerre, per rigenerare le comunità, le istituzioni, i territori.
Una libertà per dare voce a chi non ha voce, che sceglie l’umano e non il funzionale, il giusto e non l’utile, la verità e non la convenienza. Una libertà che non può fiorire nell’individualismo e neppure nell’utilitarismo.
La nostra impotenza di fronte alla realtà nasce da una condizione impaurita di isolamento, ci fa entrare in un circolo vizioso che ci rende più fragili, impermeabili rispetto a ciò che succede depotenziando la nostra capacità di azione e attivazione.
Vivere, e non semplicemente sopravvivere, in un tempo di anestesia morale dove non basta più costruirsi una percezione della realtà ma occorre avere un rapporto reale con essa e soprattutto dove non basta più muoversi come singoli ma occorre commuoversi e muoversi insieme.
Pier Paolo Pasolini aveva visto tutto questo con una lucidità dolorosa prevedendo una “mutazione antropologica di un uomo nuovo del consumismo, privo di radici, scollegato da ogni legame comunitario, incapace di sentire e reagire, un uomo apparentemente libero ma di una libertà svuotata e falsa ridotta a spazio privato, astratto e senza relazione“.
Laura Manieri e Pantaleone Pagliula
















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