NARDO' - La visita della Commissione parlamentare antimafia in Puglia non dovrebbe essere archiviata come una semplice tappa istituzionale o come una passerella destinata a lasciare poche tracce. Al contrario, dovrebbe rappresentare l’occasione per riportare al centro dell’attenzione pubblica una questione che troppo spesso viene affrontata in modo frammentario, episodico o emergenziale: la presenza e l’evoluzione della criminalità organizzata sul territorio pugliese.
Per anni il fenomeno mafioso in Puglia è stato letto soprattutto attraverso i fatti più visibili: episodi di violenza, operazioni giudiziarie, emergenze locali, contrapposizioni tra gruppi criminali in diverse aree della regione. Ma questa lettura, da sola, non basta più. Da tempo atti giudiziari, interdittive antimafia, scioglimenti di enti locali e vicende economiche restituiscono una realtà molto più ampia e articolata.
La criminalità organizzata non si manifesta soltanto nei luoghi in cui esercita forza intimidatrice o controllo del territorio. Si insinua anche dove circolano risorse, dove si muovono investimenti, dove si aprono spazi opachi tra economia legale e interessi illeciti. Appalti, servizi, attività produttive, riciclaggio, condizionamento della vita amministrativa: è in questa capacità di penetrazione trasversale che oggi si misura una parte decisiva della forza delle mafie.
Anche la tradizionale distinzione interna tra le diverse aree della criminalità pugliese, utile sul piano storico, non è più sufficiente a spiegare la complessità del presente. Le organizzazioni criminali si muovono con modalità sempre più adattive e flessibili. Seguono le opportunità, intercettano le fragilità del tessuto economico e sociale, investono, si riorganizzano, si trasformano. Non agiscono solo dove sparano o minacciano apertamente. Agiscono anche dove riescono a stabilire connessioni e a confondersi nelle pieghe della normalità.
È questo il punto più delicato: le mafie contemporanee non si impongono soltanto con la violenza, ma anche con la capacità di inserirsi nei vuoti, nelle debolezze e nei silenzi. Per questo limitarne la lettura ai soli profili repressivi significa guardare il problema da una prospettiva necessaria, ma non sufficiente.
L’azione della magistratura e delle forze dell’ordine resta imprescindibile. Ma da sola non basta. Accanto alla repressione servono strumenti stabili di conoscenza, analisi, monitoraggio e prevenzione. Serve una capacità istituzionale più forte di leggere i segnali di rischio, comprendere le trasformazioni del fenomeno e costruire una visione non limitata all’emergenza.
È su questo terreno che la politica regionale e le istituzioni territoriali sono chiamate a una responsabilità ulteriore. Non basta richiamare genericamente la legalità, né moltiplicare iniziative simboliche se poi manca una strategia di medio e lungo periodo.
Se la presenza della Commissione parlamentare antimafia in Puglia servirà ad aprire una riflessione seria su questi nodi, allora non sarà stata una visita inutile. Se invece tutto si esaurirà nell’ennesimo passaggio istituzionale senza seguito, avremo perso ancora una volta un’occasione importante. E la Puglia non può permetterselo.
Fabiola Francone
PhD, studiosa della criminalità organizzata e delle politiche della legalità
















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