NARDO' - Il nove di aprile del 1920 Nardò si svegliò inopinatamente in un clima rivoluzionario. Non era stata mai una città tranquilla.
Nei molti secoli della sua storia dolorosa aveva avuto sempre sussulti di ribellione, da quando nel 1269, dopo la infelice vicenda di Corradino di Svevia, seguendo le sorti del partito Ghibellino, aveva visto sulla sua piazza principale decapitato ad opera del boia il generoso Simon Gentile, ultimo seguace di Federico II nel tentativo di resistere alla dominazione guelfa e angioina di Filippo Tuzziaco.
Nel 1647-48 si era ribellata alla tirannia feudale del Guercio di Puglia al grido di <moia lo mal governo>.
La ribellione aveva avuto altri momenti acuti nel 1799, nel 1820, nel 1848, quando dopo il 15 maggio, era .insorta contro il governo di Ferdinando II e , nel giugno dello stesso anno, i contadini, innalzando il tricolore, avevano occupato i terreni demaniali dì Santa Caterina. Rivolte di contadini affamati erano avvenute nel 1884 e nel tristissimo inverno del 1900.
DISSAPORI TRA LEGA DEI CONTADINI E PATRONATO
La scintilla che determinò l’incendio fu uno dei comuni dissapori tra la Lega dei Contadini, formatasi di recente dopo le elezioni del 16-11- 1919, e il padronato neretino, il quale, abituato all’antico otium cum dignitate, di spagnolesca marca, e, conseguentemente, fiducioso nello spirito servile delle masse, aveva sottovalutato sin dai primi momenti l’importanza della Lega, forte oramai di cinquemila iscritti. Correndo l’età classica della disoccupazione stagionale (febbraio-aprile) il Commissario Prefettizio reggente l’amministrazione comunale, cav. Galati, era riuscito a stipulare un accordo tra le parti a sollievo della disoccupazione, ma subito dopo la classe padronale lo aveva con pretesti vari violato, donde le lamentele e le minacce dei contadini, i quali per dimostrare 1’ efficienza dell’organizzazione, qualche giorno prima con bandiere in testa avevano sfilato in corteo per le vie della città. Portoni e finestre dei grandi signori erano rimasti sbarrati al passaggio (paura o spregio!).
Al passaggio però per via De Pandi, ove il vecchio palazzo della famiglia Zuccaro, il capo di questa, Luigi Zuccaro, fratello di quell’onorevole Giovanni Zuccaro, detto la penna d’oro, che era stato deputato di Sinistra al tempo di Depretis, si affacciò al balcone, salutando la folla con bonomia giolittiana e ne ricevette un entusiastico applauso: segno evidente che i contadini non avrebbero voluto instaurare un vero e proprio scontro di classe, ma sarebbero stati proclivi a trattative e fu soltanto la alterigia dei signorotti a trascinarli a misure estreme.
Lo sciopero quindi fu proclamato la sera del giorno Otto di aprile e fissato per il 9 successivo.
La notte i preparativi furono minuziosi e intensi.
GIUSEPPE GIURGOLA
Bisognava piegare i padroni ai rispetto dei patti stipulati e niente faceva sospettare propositi insurrezionali. Era però nell’aria l’aspettativa un po’ messianica di grandi fatti, e tra i dirigenti c’era un po’ di frizione tra i pratici di attività sindacali tendenti a frenare bollori e i giovani più accesi, ardenti di fervore rivoluzionario.
Fra costoro era Giuseppe Giurgola. Era un operaio scalpellino, convertito tardi alle idee socialiste rivoluzionarie. Nella prima giovinezza si era arruolato nel corpo di polizia e aveva fatto l’agente di P.S.
Istruito, avido di conoscenze, si era ingolfato nel la lettura di romanzi russi, di Tolstoi, di Dostojewsky, di Gorky e si era convertito alle idee rivoluzionarie.
Anche fisicamente aveva l’aspetto romantico del cospiratore mazziniano tipo Orsini, e del nichilista russo dell’Ottocento. Eloquente, audace, abituato al rischio e all’avventura, esercitava un grande fascino, specie sui giovani. Fallita la rivolta neretina, emigrò nella Repubblica di San Marino, ove si sposò. Di li passò nei Lussemburgo e poi in Francia, ove riprese il suo mestiere, coltivando i rapporti con i fuoriusciti italiani ivi convenuti all’avvento della dittatura fascista.
Morì per incidente di lavoro nella Francia ospitale nell’agosto del 1938, mentre nel cielo d’Europa baluginavano lampi di guerra. Si rivelò pertanto in quelle brevi giornate di febbre agitatoria quale consigliere di mezzi estremi, sprezzante di compromessi, e, in quei rapidi momenti di lotta che trascorsero tra l’8 e il 9 di aprile fino alla conclusione cruenta, fu l’anima dell’azione e il vero organizzatore. Contribuì potentemente e decisamente al clima arroventato che dominò la folla, il cui animo era già coltivato, rendendo ad essa più viva l’immagine e l’aspettativa di un mondo migliore, la futura umanità dell’Inno dell’Internazionale.
Del resto molti motivi psicologici contribuivano in quel momento alla diffusione di questo stato d’animo. A San Giorgio in Persiceto erano avvenute gravi agitazioni e tumulti ed era stato proclamato lo sciopero generale. La notizia, ingrandita dalla fantasia, era penetrata fra gli scioperanti di Nardò, che avevano la sensazione vaga di una situazione rivoluzionaria ovunque diffusa, facilmente concretantesi in uno sconvolgimento sociale.
Non si deve sottovalutare la concorrenza di altri motivi. Lo slogan della terra ai contadini non era stato solo formula dei partiti ma promessa di governo e impegno conservatore. Ne aveva parlato financo Salandra nel suo discorso all’Augusteo di Roma il 28 novembre dei 1918, subito dopo l’armistizio.
PROMESSE
I contadini, che erano quasi tutti combattenti, erano tornati dalle trincee con queste promesse, e il ministro Visocchi aveva varato il suo D.L. per l’occupazione delle terre incolte. E Nardò allora di terre incolte ne aveva a sufficienza. Ben si può dire senz’altro che in Italia il primo bolscevico era stato il governo. Ma le promesse erano state promesse e a queste tutti avevano mancato. Donde il sordo rancore dei contadini.
Altri motivi estrinseci, occasionali, concorsero alla evoluzione violenta dell’agitazione contadinesca.
I pochi presidi di forza pubblica erano rimasti consegnati in caserma; ma l’arrivo nelle prime ore mattutine da Gallipoli di un rinforzo di carabinieri colpì ed eccitò i dimostranti, che avevano organizzato squadre di ciclisti con fascia rossa al braccio per l’ordine pubblico.
Parve ai sospettosi provocazione e indizio di reazione. Al loro passaggio per piazza San Domenico diretti alla Caserma locale, il drappello fu circondato, isolato, i militi disarmati. Fu un momento grave e sollevò l’entusiasmo degli scioperanti, oramai diventati insorti. Non c’era più forza pubblica, e la massa si sentiva padrona della città. Si aggiunga che il Commissario Galati, che doveva trovarsi al suo posto in quella giornata, fu insolitamente assente e tale assenza tu considerata dai rivoltosi o fuga o tradimento. Non c’era più forza pubblica, non c’era più amministrazione: la rivoluzione proseguiva rapidamente verso fini non predeterminati. Fu presa una decisione lampo e la Lega, unica forza effettiva presente e operante, occupò il Municipio.
Al balcone, tra le acclamazioni della folla, fu issata la bandiera rossa (centocinquanta e più anni prima, nel 1647, il popolo neritino, insorto contro la tirannia feudale dei Guercio di Puglia, aveva, issato sul Sedile e sul Castello lo stendardo rosso granata con la insegna dei toro, simbolo della città (tauro non bovi).
GREGORIO PRIMATIVO
Gli stemmi e gli emblemi della monarchia furono rimossi, staccati i quadri dei sovrani, la Repubblica Neritina fu proclamata fra gli applausi scroscianti. Non ne mancò la celebrazione. Il mastro muratore Gregorio Primativo ne pronunciò l’elogio.
Si rimenò al 1789 in Francia, alla Rivoluzione Francese, alle lotte operaie già sostenute, alla Comune di Parigi nel 1871. La folla acclamava nella illusione del trionfo.
Chi era il Primativo? Operaio abile e colto, con un genio di architetto aveva contribuito prima del 1900 ai restauri della Cattedrale sotto la direzione dell’ architetto Ormanini. Non era uno sprovveduto nel campo della cultura. Possedeva una ricca biblioteca ed era un autodidatta.
Nel 1894, al tempo delle leggi eccezionali di Crispi, era stato arrestato e processato, poi, dopo la conclusione dell’ostruzionismo parlamentare e al tempo del governo Zanardelli-Giolitti aveva costituito in Nardò la prima sezione socialista. Entusiasta, irruente, ma ragionatore, era stato sempre turatiano e riformista, e, nel 1915, interventista.
In quei momenti terribili, intuendo che la plebe, abbandonata a se stessa, è spesso multo salvior, si sforzò di contenerne gli istinti, e vi riuscì.
Tranne qualche piccolo incidente, non provocato dai rivoltosi, non avvennero attentati alle proprietà, né alle persone. La prudenza onesta del Primativo fu poi dimenticata ed egli fu vilmente malmenato. Nel processo che ne segui, sfrondato nell’istruttoria e minimizzato dalle amnistie, fu difeso dall’Avv. Domenico Falco ed egli, il Primativo, presentò ai giudici un memorandum sulle condizioni dei contadini di Nardò, che fece impressione.
LA TRAGEDIA
La tragedia scoppiò nelle ore pomeridiane. I fili del telegrafo e del telefono erano stati tagliati, la circonvallazione e gli sbocchi cittadini ostruiti da enormi barricate: Nardò venne isolata dal mondo. Ma qualche notizia, ingigantita, arrivò a Lecce dai paesi vicini e una truppa di soldati, accompagnata da tanks militari, mosse alla conquista della città insorta.
Superate le facili difese barricadere, i tanks, da Porta San Paolo e Corso Vittorio Emanuele Il, arrivarono in Piazza Salandra sparando, mentre l’esercito entrava in Nardò da1la stazione ferroviaria di Nardò Città, ove avvenne il conflitto a fuoco con morti e feriti. Cadde, ucciso da una bomba a mano, un appuntato di P.S. Così la truppa divenne padrona dì Nardò, trattata come una fortezza presa d’assedio. La rivoluzione e l’effimera Repubblica furono spente. La città ne rimase sgomenta e smarrita, il padronato, nella massima parte covando, nel suo animo borbonico rancore e odio, dimostrò di non avere per niente capito la profonda ragione dei fatti, e solo un gruppo sparuto di giovani intellettuali, su cui poco più di un lustro dopo si rovesciò l’ira del regime, ardì dibattere in quell’autunno e nell’anno successivo il problema fondamentale della colonizzazione dell’Arneo.
Questo fino a quando calò su tutti il silenzio.
Sennonché le idee sono immortali e risorgono sempre dalle ceneri. La Repubblica Italiana, che i nostri miseri cafoni del 9 aprile avevano sognato attuò la Riforma Fondiaria dell’Arneo.
















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