NARDO' - Due volte campione del mondo di Formula 1 ed oggi testimonial della Mercedes nel mondo, Mika Hakkinen è indubbiamente un pilota speciale non solo per le capacità di guida ma anche per la correttezza e la franchezza con cui ha affrontato le corse ed affronta la sua nuova vita pubblica dopo il ritiro dalle corse avvenuto al termine dell'avventura in DTM nel 2007.
L'abbiamo incontrato in Puglia, ai bordi della pista di alta velocità dove la Stella sta completando i collaudi della nuova Classe C che arriverà il prossimo anno a 31 anni di distanza dal glorioso debutto della prima 190.
Mika, parliamo di F1 e di un team che conosci bene, la McLaren. Come mai i piloti latini faticano ad adattarsi a quel team? Le ultime esperienze di Perez, Alonso e Montoya sono state tutt'altro che positive. Solo un caso?
«Non avevo mai considerato questa cosa - ride - ma se ben guardiamo non è sempre andata così. Senna ha fatto un ottimo lavoro in McLaren, ha fatto la storia del marchio ed anche Emerson Fittipaldi non se l’è cavata male. In effetti, però, parliamo di altre epoche. Bisogna dire che il nostro sport non è una gara sui 100 metri, serve molta pazienza. Non conta solo quanto un pilota sia veloce: ci possono volere anni prima di vincere un titolo o anche solo una gara, quindi serve avere l’approccio giusto per tirare fuori il massimo dalle proprie potenzialità, tanto in macchina che fuori. In un team, quando si perde si perde tutti, non è solo il pilota - dai meccanici al progettista tutti ne escono sconfitti. Bisogna avere lo spirito giusto, come piloti, e stare sempre attenti a cosa esce dalla bocca…»
Oggi più che mai la F1 è una questione di team, insomma
«Sì, un pilota deve capire come supportare sempre il lavoro del team, che alla fine è composto dalle persone che ti possono dare un mezzo vincente. Tornando alla domanda precedente potrei dire che il problema forse sta lì: nei Paesi latini ci sono ottimi piloti, ma più ci si sposta a nord, più la gente in generale e quindi i piloti sono riservati, meno estroversi. Noi nordici pensiamo un po’ di più prima di parlare, mentre i latini sono più sanguigni. Non c’è nulla di male, si tratta solo di diverse personalità. In certi team questa cosa viene accettata meglio, in altri peggio.»
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