NARDO' - "Conservavo del professor Mario Mennonna un ricordo a dir poco simpatico per come, durante la mia frequenza presso la scuola media, riusciva in modo intelligente ad insegnare la storia, a noi ragazzi. E' ovvio che come democristiano non ho mai, di lui, apprezzato nulla, però davo di quel piacevole, ed anche ingegnoso insegnamento, un voto eccellente".
Da oggi, dopo la sua disamina sulla vicenda della Renata Fonte, quel ricordo rimarrà purtroppo più "scolorito." Mennonna dice che "è giunto il momento di ricostruire la verità sulla Renata Fonte".
Si dice questo perché Don Luigi Ciotti, giustamente (dico io) qualche settimana fa a Nardò, in piazza, aveva parlato di "dare una pedata" ai neretini che non partecipavano attivamente alle celebrazioni per ricordare la figura della nostra concittadina.
Per Mennonna "ricostruire" vuol dire fare del revisionismo storico, dopo che all'unanimità da Don Ciotti, da Carlo Bollino, ad Augias, a Lucarelli ad eminenti ed autorevoli personaggi come artisti, registi, intellettuali, hanno riconosciuto che la storia di Renata è chiara e limpida come il sole.
La trama che ha portato alla sua morte è quella rivelata e menzionata mille volte. E mille volte ancora verrà ricordata dalle sue figlie e da tanti che l'hanno veramente amata, da chi anche se non l'ha conosciuta le vuole bene perché martire di un sistema criminale politico-mafioso perverso e malvagio.
C'è stato un connubio, un intreccio d'interessi politico-mafioso tra il potere democristiano che sedeva anche in Consiglio comunale in quegli anni, caro prof. Mennonna, con la mafia locale. Che c'è da rivedere?
Sì locale: chiamate le cose con il loro nome, non abbiate paura ancora oggi di dire la verità su questa storia infame. Siate meno reticenti, perché Don Luigi ha detto cose vere e sacrosante. Caro Prof. Mennonna, ma allora in tutti questi 30' anni i tanti riconoscimenti, addirittura il nome di Renata è echeggiato nelle stanze newyorchesi dell'Onu oltre che nelle sedi istituzionali dell'Europa, hanno tutti dato una loro interpretazione sociologica? Distorta? Con i soliti sociologismi sulla mafia?
Anche contro lo stesso giudice Falcone si cercò di criticare, in modo del tutto strumentale, il suo operato per piegare la realtà a favore della mafia e contro la figura di un uomo che ha indagato-spiegato nei particolari, anche quelli più terribili, cos'era e cos'è ancora oggi Cosa nostra. Ma non è passata quella versione distorta.
Ci sono le registrazioni foniche di quegli anni di Renata, ci sono documenti, testimonianze vere di chi quella donna ha visto lottare, mettersi contro un potere locale che cercava di lottizzare e cementificare. Vogliamo negare anche questo? Oppure perché il prof. Mennonna apparteneva alla stessa parte politica, di quella classe dirigente purtroppo mai messa "sul banco degli imputati" per silenzio-assenso dei molti, dobbiamo adesso revisionare?
La mafie sono solo grossolane e rozze imitazioni di un modello criminale, che va chiamato con il suo nome: capitalismo. E forse è questo che molti ancora oggi non accettano? Un capitalismo che attraverso le mafie cerca di imporre, così come fece con la povera Renata, il suo potere.
Siate seri, mi rivolgo anche a Giuliano Rizzo, cercate di chiamare le cose con il loro nome, e non fatevi venire dubbi amletici ed interrogativi inutili perché chi doveva ricostruire l'ha fatto scevro da sociologismi.
Ma in fondo qual è il vostro intento? Salvare la città e i neretini da attacchi gratuiti o far uscire di Renata una figura riveduta che non giova a nessuno tanto meno alla legalità?
Maurizio Maccagnano sindacalista dissidente
















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