NARDO' - "Ogni tanto un «cascame» o «residuo» del decennio di infelice memoria 1968-1978 della sinistra totalitaria" di Giuseppe Mario Potenza
L’incivile episodio, avvenuto il 22 e il 24 febbraio c.a., della contestazione del Prof. Angelo Panebianco, ordinario di scienza politica all’università di Bologna, richiama alla mente la contestazione, da parte di un gruppo di scalmanati «idealisti», del pontefice Benedetto XVI, cui fu impedito l’ingresso all’università «La Sapienza» di Roma, e, sull’altro versante, la considerazione, a livello accademico, di qualche soggetto già in passato coinvolto nella presa di posizione della sinistra totalitaria.
Per un articolo sulla questione libica il Prof. Panebianco è stato oggetto di un’indegna reazione da parte di un gruppo di facinorosi che gli hanno impedito di tenere le lezioni.
Egli ha ricordato che in Italia nel 1968 non ci furono i moti studenteschi di altri Paesi europei, ma che quello fu l’anno di inizio di un decennio di ideologia radicale che si concluse, passando dalle parole ai fatti, con il rapimento di Aldo Moro. Di quel decennio, egli ha detto, si sono visti degli strascichi: si è avuto qualche «cascame» o «residuo», appunto come, di recente, l’episodio di Bologna.
Il Dott. Piero Ostellino, editorialista già del Corriere della Sera, ora del Giornale, non a torto ha inquadrato episodi come quello di Bologna nel contesto storico del ruolo che ebbe la Resistenza in occasione della caduta del regime fascista. La Resistenza ne provocò la fine, egli ha fatto osservare, ma per dar luogo ad un sistema di democrazia popolare priva di quella riflessione che sarebbe stata necessaria sulla base di un’attenta analisi delle circostanze che avevano caratterizzato il regime fascista. Egli ha citato, a questo proposito, gli interventi dell’Unione Sovietica. Il fatto che l’Unione Sovietica ha contribuito alla caduta del regime fascista non comporta la connotazione democratica dei regimi promossi che con quel regime infatti hanno in comune il criterio totalitario.
In occasione del referendum sulle trivelle del 17 aprile 2016 si è avuto modo di toccare con mani il vezzo dei compromessi all’italiana. Si è ritenuto, da parte politica (presidente del consiglio dei ministri ed ex presidente della Repubblica Napolitano) e da parte scientifica (Panebianco) che c’è un «diritto» all’astensione.
Negli Stati totalitari votare è un dovere, mentre in quelli democratici è un diritto.
In Italia il voto si è definito un diritto-dovere (si tratta di un dovere civico che connota la giusta presa di posizione del cittadino di uno Stato democratico, si è detto). Su questa nostra concezione del voto – tradizionalmente recepita senza problemi – si scopre ora l’«altarino» dell’ambiguità da parte di chi parla di un «diritto all’astensione» per comprensibili preoccupazioni di quorum. Se questo è il motivo, come appare chiaro, la presa di posizione negativa dovrebbe più correttamente esprimersi con il voto contrario, e non con l’astensione, per rispetto di un civile e responsabile confronto con i propugnatori della tesi opposta, nello spirito del «dovere civico» del voto, che non ricorre solo nel caso del rinnovo elettorale.
Il referendum è un istituto di democrazia popolare fatto in sostanza ad uso e consumo dei partiti politici che vogliano promuoverlo. Quando questo avviene, guarda caso, in coincidenza di una palpabile opinione popolare che sente da vicino la questione, gli stessi partiti politici che trovino scomodo lo strumento di democrazia popolare predispongono la formula per esorcizzare la cosa, e nella specie si parla di «bufala», di «inopportunità» in considerazione del fatto che in materia ambientale il nostro Paese «è all’avanguardia» (dimenticando le tirate d’orecchio dell’Ue, gli inquinamenti da depositi incontrollati di rifiuti, ecc.!), e così via.
E ciò a proposito di una questione già vagliata (limata) superiormente alla luce della legislazione vigente, rimanendo il diritto dei cittadini discendente dallo strumento di democrazia diretta una quisquilia. Una certa parte politica si arroga la facoltà di risolvere a priori la questione, e non con i canali consueti di comunicazione partitica ai militanti, ma attraverso i media mediante apposite proclamazioni («bufala», ecc.).
Si può forse capire la (discutibile) presa di posizione scientifica in quanto, come tale, scevra da incrostazioni di parte, ma non quella proveniente dai politici: e qui viene il dubbio che per caso non si tratti proprio di qualche «cascame» o «residuo» di origine totalitaria, come ha osservato lo stesso Panebianco a proposito di altro episodio.
Indro Montanelli disse che gli italiani hanno i politici che si meritano. C’è una parte della società che prescinde dall’attività (non di rado inconfessabile, visto l’attaccamento alla poltrona e l’egoismo partitico, che finora ha impedito il bipolarismo, in confronto con il bene comune) dei partiti politici, per i quali gli stessi – attraverso la sede legislativa – ancora non hanno ritenuto di darsi una disciplina degna. Si va avanti con grandi sforzi, confidando nel progresso delle coscienze, ma è dura. Ci si chiede: gli italiani ragionano tutti con la testa propria in vista del vero interesse pubblico, oppure ci sono i militanti, i parenti, gli amici e gli amici degli amici che con il passaparola obbediscono, senza porsi domande, agli ordini superiori?
Giuseppe Mario POTENZA
















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