NARDO' - "Mi è capitato spesso di camminare in giro per l’Europa e pensare alla bellezza e allo spreco del mio paese, Nardò".
Perché, ad esempio, non ci sono bar aperti, ragazzi in giro, eventi culturali. Poi, un giorno, più per obbligo per per scelta sono tornata a Nardò e ho trovato i germogli di qualcosa di nuovo. Tornare è stato un fallimento. Il fallimento di tanti che cercano fuori qualcosa che manca loro dentro. Mi sono ritrovata, con fatica, e riconosciuta nelle mie radici, cercando un posto simile a casa mia.
Ho imparato a guardare e poi a fare domande, a chiedere come migliorarle per migliorarsi. Un luogo non è quello che comunemente intendiamo dai confini geografici è, senza dubbio, il posto in cui si decide di restare o di tornare.
Faccio parte di quella generazione che è nata con il debito pubblico più pesante d’Europa, che non avrà mai lo stesso reddito dei propri genitori, che sa viaggiare a 0,50 centesimi di Euro, che ha imparato ad essere resiliente. La resilienza è quel principio fisico per cui un corpo subisce un urto e non si rompe. Abbiamo imparato a occupare gli spazi che ci sembrano adatti ai nostri corpi, siamo quella generazione che tutti volevano disperati e invece abbiamo deciso di sorridere.
Siamo la generazione della crisi. Conosciamo bene il senso di questa parola, lo viviamo nella precarietà di una vita scandita a giorni, di affetti rarefatti, di viaggi sempre più brevi. Conosciamo il senso della sconfitta e del fallimento, eppure ci sposiamo ancora.
Conosciamo una lingua in più, almeno, eppure ci piace ancora abbracciarci.
Conosciamo lo smarrimento, la lotta, la passione, eppure facciamo ancora dei figli e diamo loro i nomi dei nonni.
Conosciamo il sapore del mare, anche quando viviamo a Bruxxelles undici mesi l’anno, eppure sappiamo ancora respirare sott’acqua.
Siamo una generazione in lotta, abbiamo le mani disarmate, uno sguardo lucido e la necessità di stare in prima linea.
La prima linea è quella che, immodestamente, occupo anche io candidandomi.
Sono questa generazione, sono la crisi, la necessità, l’arte, la fortuna, il presente. Sono una scommessa per un paese che ho odiato ma che mi appartiene. Ecco perché vado a votare, per dare un senso a questo vivere precario.
Immagino una Nardò in cui mi possa riconoscere ancora, in cui si deve lavorare per la cultura, perché i bambini vogliano restare e gli adulti non debbano dire che qui non cambia nulla.
In piazza Salandra c’è un circolo che si chiama Futuro, credo sia lì da oltre cinquant’anni, è abitato da ultra settantenni. Tra di loro c’è un uomo che stimo, che mi ha cresciuta, che ha più di ottant'anni e insegnava educazione fisica. Quell’uomo e quel circolo Futuro mettono insieme tutto il senso di questa città: una città che resta sveglia, non vuole stare muta, che ha lottato per l’Arneo, che ha pregato per Renata Fonte, che ha fatto rinascere il teatro. E io vedo una città che guarda quel circolo e quell’uomo e pensa che loro il futuro lo hanno visto passare di là una buona dozzina di volta, ma ci credono ancora. Ancora passeggiano in piazza e commentano tutto, offrono caffè, guardano le gambe bianche delle turiste, ancora ti tengono forte la mano e ti dicono che ce la possiamo fare, che ce la dobbiamo fare. Io sono quel circolo Futuro di Piazza Salandra a Nardò, sono quell’uomo che mi ha cresciuta, e le sue mani che mi stringono ancora.
Vedo una Nardò che ce la può fare, che non ha scelta, che ce la deve fare.
Vedo una città resiliente, che si adatta allo spazio, che abbraccia le periferie e fa all’amore con il suo mare. La vedo nel nome della generazione della crisi, che nonostante tutto, sorride ancora.
Giulia Falzea
(Candidata al Consiglio comunale lista Pd)
















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