NARDO' - Quello che è stato del partito comunista. E quello che sarebbe potuto essere.
Ho apprezzato, non poco, l’invito che mi è stato rivolto da Marcello Risi, venerdì sera, per partecipare ad un incontro presso il Chiostro dei Carmelitani di Nardò.
Un appuntamento voluto per programmare alcune iniziative per i 100 anni del Pci.
È stato davvero interessante ritrovarsi, dopo tanto tempo, con compagni che non incontravo da molto tempo.
L’iniziativa si inserisce in una serie di incontri itineranti voluti da Sandro Frisullo e dal Prof. Zacheo, nella nostra provincia. Ho gradito perché ci tengo, particolarmente, a celebrare il centenario del Partito. Per questa occasione avevo dedicato un mio articolo, gentilmente ospitato da Biagio Valerio su “Porta di Mare”, qualche giorno fa. Un articolo tratto dal mio ultimo libro, arricchito dalla preziosa presentazione del compagno Luigi Nanni.
In questo scritto c’è anche un racconto di quando andai ai funerali di Berlinguer, a giugno del 1984, di nascosto dalla severa monaca-direttrice della scuola convitto degli infermieri di Galatina.
Quella di venerdì è stata una serata dove erano presenti ex segretari della nostra sezione del Pci, consiglieri, parte del comitato direttivo.
Un ricordo è andato, con affetto, ai compagni che non ci sono più. Abbiamo concordato di fissare, almeno due date, per celebrare i personaggi che hanno fatto la storia del partito a Nardò.
E poi ci sono quelli come me, che se la storia del partito locale (lo dico semplicità) hanno contribuito a realizzarla, sono stati sempre critici e fuoriusciti per dissenso, prima della, famigerata, metamorfosi del 1992, la “Bolognina di Occhetto”.
Avevo un’idea discordante, più critica, e non me la sentivo di stare nel Pci per assistere alla mutazione genetica, del nome e all’abbondono della simbolica comunista.
Quella del dissenso, nella nostra organizzazione, è stata sempre una questione delicata, molto sofferta da tanti compagni. Mai veramente affrontata e discussa.
E questo perché il più grande partito comunista dell’occidente, da una parte insegnava il sapere critico ai suoi militanti, educava ad essere migliori, ma dall’altra se la critica veniva rivolta verso i dirigenti e il funzionamento della macchina organizzativa, diventavi di colpo eretico e dissidente.
Nonostante questo, il partito mi ha dato una formazione politica di tutto rispetto.
In questi anni, per la mia azione politica e sindacale, sono stato di frequente biasimato. E questo è avvenuto in genere sul mio posto di lavoro. Ma non ho mai smesso di ricordare, a tutti, che ero e sono un comunista critico ed eterodosso che mi sono formato nel Pci. E l’attivismo nel partito mi è servito ad essere persona che ama la democrazia, la legalità, le regole e il rispetto, assoluto, per gli altri.
Il partito t’insegnava ad essere corretto, a non fare differenze tra i compagni che erano nel gruppo dirigente e chi era un semplice militante. Rammento solo un episodio, anche curioso:
nel 1991 sul periodico “La Voce di Nardò” comparve una lettera, a mia firma, di critica verso il gruppo dirigente del Pci. La segreteria “decretò” che quella missiva non era opera del sottoscritto, ma scritta, sotto dettatura, da un altro compagno “infedele”, il compagno Ottavio Risi.
Ricordo, come fosse ieri, quando il partito mi invitò a frequentare, per un mese, a loro spese, la scuola per dirigenti quadri provinciali della Federazione Giovanile Comunista ad Albinea, in provincia di Reggio Emilia. Un centro studi d’eccellenza del partito. Basta pensare che lo chiamavano, all’epoca, “il Cremlino”. Si trovava su una collinetta al centro del paese. In tanti i dirigenti del partito che si erano formati in quel luogo.
Ad insegnarci venne Pietro Folena, e altri compagni e le loro lezioni erano di livello accademico. Oggi i nostri giovani, i pochi che si appassionano alla politica, difficilmente hanno la fortuna di prendere parte a quel tipo di insegnamenti su temi come l’economia politica o la storia del Movimento Operaio, a livello internazionale.
Quando nei convegni, nelle conferenze organizzative o nei congressi, assistevi con stupore che alcuni compagni anziani (mentre ascoltavano gli interventi dal palco) dal tavolo della presidenza prendevano appunti e si allenavano a scrivere formule di chimica e di matematica. Perché il partito era questo, una grande scuola di vita, una casa del e per il popolo, una comunità dove studiare, discutere, divertirsi, vivere.
Lo ribadisco ancora adesso, lo sosterrò sempre, anche se ero in dissenso con alcune scelte che si adottavano, ma chi ha progettato ed ordito di eliminare il Partito Comunista Italiano ha commesso il “delitto” più grande nel cuore della storia del ‘900. Un “crimine” che milioni di compagne e compagni non potranno mai perdonare!!
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente
















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