NARDO' - Se per le elezioni comunali del 2016 si può dire che a perderle fu Marcello Risi (soprattutto per i tradimenti in fase di ballottaggio) per queste del 2021 si deve riconoscere che a vincere è stato Pippi Mellone.
Ha asfaltato (stindicchiàtu) tutti, vivendo nel territorio e facendo quotidiana attività politica con i suoi collaboratori pur in modo non condivisibile, e dico tutti, che hanno racimolato un misero quarto dei neritini votanti.
Ha fatto bene o ha fatto male; è fascista o antifascista; è di destra o qualunquistico; ha fatto solo lavori pubblici o ha tralasciato tutti gli altri settori; ha gestito come sindaco del popolo o solo dei suoi; ha dato immagine o non ha fatto immaginare una città diversa non procedendo nemmeno al doveroso PUG; ha realizzato tante opere o ha soltanto fruito di opere precedenti; è vissuto in mezzo al popolo o ha fatto solo selfi; ha aperto il palazzo a nuove forze o ha bloccato ogni partecipazione; ha difeso la città dai soliti invasori o ha violentato con linguaggio da linciaggio; è vittima di attacchi per firme false o è soggetto di firme false al vaglio della magistratura… e potrei continuare. Di certo tutto questo non è contato: c’è stato un plebiscito traversale.
E allora? Mi sembra che l’evento per i vinti, sconfitti con l’arma del voto, cioè con il consenso popolare, non sia una lezione, bensì solo occasione di un’insipiente ricerca di dimostrare da parte di partiti e gruppi storici che in questa valanga avversa tutto sommato è andato bene. E si grida che sono partiti tardi… ma chi li ha trattenuti per non partire prima?
Si tratta del cosiddetto centro-sinistra, con in testa ma non in funzione di battistrada il Pd, ormai al minimo storico con poco più di 1.100 voti (con una lista in stragrande maggioranza di candidati a zero voti e a voti a cinque dita di mano). Quest’area non è stata capace di compattarsi in tempi opportuni in una ampia coalizione, ma che è stata brava a far esplodere candidati sindaci per poi, via via, implodere nel nulla; un centro-sinistra che, a rimorchio del M5S, in base al voto ormai al limite dell’inesistenza con 309 voti, ha inventato il candidato Carlo Falangone, degno sì di candidatura, ma dell’ultimo momento, tra l’altro con un quinquennio di non attenta e perspicace opposizione sulla scia dell’intera minoranza, salvo qualche personale impennata contingente.
In tempi di quella Prima Repubblica famigerata – ma tale solo per gli insipienti - bastava una lieve oscillazione di voti per far saltare poltrone e per far scaturire dibattiti all’interno dei partiti. Ora in questa Repubblica nemmeno senza numero tutto rimane senza scomposizione e senza assunzione di responsabilità.
Si riuniranno le forze che hanno sostenuto Falangone al proprio interno e, quindi, tra di loro per fare il punto della situazione e per iniziare a convergere su qualche obiettivo per i prossini cinque anni o tutto si disperderà come foglie al vento, visto che siamo in autunno, così come inavvedutamente successe nel 2016, lasciando senza convergenze il bel gruppo di candidati? I due consiglieri del Pd eletti, Lorenzo Siciliano e Daniele Piccione, insieme al loro candidato sindaco Falangone riusciranno a proporre un’opposizione giornaliera, pressante e proficua?
Dall’altra parte c’è un cosiddetto centro-destra fatto in casa, che Mino Frasca ha voluto trovare, dimenticandosi che nelle liste devono esserci candidati che portano voti e non zero preferenze. In due parole: non esiste e non rimane che la sua presenza personale in Consiglio Comunale.
In questo quadro di disfatta va dato atto a due gruppi neofiti, quindi al di fuori delle organizzazioni politiche preesistenti: Collettiva (centro-sinistra) che è riuscita a convogliare sui suoi candidati oltre 343 voti, superando lo stesso M5S, che, però, non sono serviti se non a far eleggere un candidato del Pd; e la lista Nardò Bene Comune che ha fatto capo a Stefania Ronzino, che libera da ogni vincolo, ad eccezione del laccio di una politica privilegiante le persone sulle cose, ha sfiorato con i suoi circa 755 voti (seconda solo al Pd tra le liste perdenti), la presenza di un rappresentate in Consiglio Comunale.
Queste due composizioni continueranno nella politica amministrativa per proprio conto o, essendo autentica alternativa della società civile, sapranno convergere per un progetto comune?
Ed allora sullo scacchiere generale: perché si è avuto tale risultato elettorale? È il perché che si devono chiedere tutti i vinti, lasciando da parte la gestione del sindaco Mellone, che continuerà il suo corso e continuerà a fruire dell’amicizia del presidente Emiliano, che a sua volta continuerà a bitumare di finanziamenti a fondo perduto e forse dedicherà il megaospedale a Nardò che si dovrà costruire …e Nardò riavrà l’ospedale! E forse elargirà altri finanziamenti, tra quelli comunali ed europei, per piste ciclabili; per abbattere l’altro ecomostro del gerontocomio (nell’incapacità di costruire e nell’incoscienza della distruzione); per elevare altri monumenti alla Toro; per parcheggi; per la stazione dell’idrovolante per accogliere le centinaia/migliaia di turisti che calpesteranno la Memoria bitumata e curiose visiteranno… il mercatino nell’ambito del Museo della Memoria e dell’Accoglienza; per parchi magari senza alberi; per ribitumazione delle strade alla fine della prossima consiliatura, e così via?
Nel frattempo Nardò, per restare nelle opere pubbliche, si terrà la discarica non risanata; le acque della rete fognante a lembo di costa o bene/male campi di spandimento a cielo aperto, com’era mezzo secolo fa, pieni di liquami; lotterà con Porto Cesareo, come lottarono Bologna e Modena per la “secchia rapita” del Tassoni o come “i polli di Renzo” del Manzoni; il canale Asso, anch’esso a cielo aperto, continuerà a scorrere tra le case; la rete pluviale continuerà a rendere ruscelli le strade anche perché non manutenuta quella esistente; e chissà quanto altro?
Ma di questo presidente regionale il Pd locale, se ha conservato almeno una voce fievole, cosa intende fare: vuole combatterlo o farselo amico? Nettamente, senza ambiguità, connessioni ed equivoci. Ma deve avere la forza morale e la personalità di farlo.
Con piglio severo, però, il presidente Emiliano, coprotagonista insieme a Mellone a Nardò di entrambe le vittorie del 2016 e del 2021, chiede a cose fatte e rifatte all’amico sindaco di dichiararsi antifascista. Con una logica sospetta, quasi preordinata, ma senz’altro furba, il sindaco risponde che, non avendo conosciuto né fascismo né comunismo, non può essere “anti” a nessuno dei due, mentre -aggiungo io- è solo contro il «male» che è quello sparuto quarto di 5 mila votanti a fronte dei suoi tre quarti di 15 mila ben agguerriti.
A questa sibillina risposta del suo sindaco migliore del mondo come reagirà il presidente della Regione? Dicendo con soddisfazione che non è nemmeno anticomunista o forse farà calare una tempesta… di finanziamenti?
Purtroppo se si chiede al popolo se, rimanendo nella domanda di Emiliano, è fascista o antifascista, risponde che ad esso non interessa né fascismo né antifascismo, ormai due entità nominalistiche, che non possono fare storia contemporanea a maggior ragione in campo locale: la pancia è ben altra e -riconosciamolo- proficua per la città, che si arricchisce di opere sia utili sia inutili.
Anche per questo Pippi Mellone rimane un punto di riferimento e di consenso: è vicino al popolo, a qualsiasi popolo, purché popolo.
E il sindaco Mellone ha già iniziato la sua efficace campagna elettorale per i prossimi appuntamenti, di cui il più lontano è quello del 2026, sempre accompagnata da una comunicazione attenta, instancabile e tempestiva.
Gli altri -beati loro!- potranno stare in letargo per quattro anni e tre quarti, svegliandosi e, ancora assonnati e confusi, riservando l’ultimo quarto a cercare i candidati!
E allora niente di nuovo sul fronte antimelloniano? E ci potranno essere altre novità nel 2026?
Di nuovo ci sarà che io, invecchiato ancor di più se Dio mi riserverà, non potrò scrivere niente. E questo - scusate la presunzione - è un’altra conquista per il popolo di Nardò!
Mario Mennonna
















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