NARDO' - La crisi di Governo 2022 è una conferma storica dei criteri tradizionalmente seguiti dai partiti politici italiani. Mi riferisco al costume politico imperante, facendo salvi, comunque, i casi di indirizzo – magari a livello di tendenza – all’interesse pubblico e non a quello di tornaconto politico.
La sete di potere che ha dato i connotati alla democrazia, è spiegata dalla corruzione dilagante e dagli interventi di comodo che hanno lastricato il pavimento d’Italia. Per portare acqua al proprio mulino non sono mancati provvedimenti varati per acquisire voti, per cui si è parlato di “populismo”.
“Il popolo ha quello che si merita”, disse Indro Montanelli. In sede elettorale i cittadini sonnecchiano e si lasciano prendere la mano da parenti, amici e amici degli amici senza guardare al merito politico futuro per una svolta radicale. Occorre cominciare a fare proposte ai candidati prescelti, magari con il supporto di apposite associazioni. Prima di tante associazioni – a cominciare da quelle cosiddette “culturali” (ma con quale coraggio le chiamano “culturali”?) che sono solo luogo di incontro al servizio del politico di turno – queste sono particolarmente importanti.
La chiamata, da parte del Presidente Mattarella, di Mario Draghi, era stata salutata favorevolmente e apprezzata. Si confidava che il Governo da lui presieduto traghettasse la navicella italiana a porto sicuro, ma le aspettative sono venute meno per quel vezzo partitico tradizionale, che è il tarlo della nostra democrazia. Quando si tratta di un Governo “di unità nazionale” capeggiato da un non-politico, si cerca di mettersi d’accordo per una soluzione che obiettivamente rappresenti l’interesse nazionale, sacrificando, come è per forza di cose, ogni altra pretesa propugnata dal singolo partito. In casi come questo, però, i partiti soffrono, scalpitano, non vedono l’ora di creare un Governo che consenta il protagonismo.
Come si fa a credere al Presidente Mattarella fino al punto di chiamarlo per un bis e poi a respingere il suo operato? Il fatto è deplorevole anche in relazione alle emergenze del Paese e ai presumibili danni per i vantaggi perduti. La chiamata di Draghi è stata accolta favorevolmente a livello dottrinale e popolare ma non da chi ha creato la crisi di Governo, di cui, guarda caso, faceva parte (e si può capire, a livello di politically correct, chi non ne faceva parte), tradendo gli italiani. Neanche certi big hanno gradito la cosa e hanno abbandonato la parrocchia per passare, evidentemente, ad altra. Le decisioni che si prendono in sede governativa sono in relazione al quorum connesso con il sistema della maggioranza, ma non necessariamente corrispondono all’interesse pubblico della base popolare che ha prodotto il Governo, e cioè al Paese reale. A proposito di “Paese reale” si legge: “La delusione dei sindaci: ‘Non ascoltato il Paese reale’ – Avevano tentato di spingere il Governo lontano dal ‘baratro della crisi’, firmando in duemila per chiedere al premier di restare e ricomporre la maggioranza di unità nazionale. Tentativo fallito e i sindaci ora mostrano tutta la loro delusione: ‘Non è stato ascoltato il Paese reale’…” (Il Messaggero, 21 luglio 2022).
Dopo che è stata staccata la spina al Governo Draghi nessuno si è assunto la responsabilità di quanto accaduto. Si assiste al patetico tentativo di tirarsi fuori dalla responsabilità e il populismo evidenzia una presunta volontà di Draghi nel senso di mollare tutto in quanto stufo. Il che contrasta con la sua ultima Relazione al Parlamento. La cronaca mette in luce la reazione dello stesso Paese reale. Il terremoto politico introduce a un’estate elettorale particolare e si ritiene che cresca il numero di chi è per il non-voto. Intanto i cittadini attendono con apprensione le conseguenze in materia economica e fiscale.
Giuseppe Mario Potenza
















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