Se potessimo fidarci degli ottimisti e non piuttosto degli indicatori economici, il 2014 potrebbe essere l’anno del riscatto, quello dell’uscita dal tunnel della Crisi. Difficile crederlo, tuttavia, non impossibile.
Certamente dovrà essere un anno più europeo, nel senso che l’Italia, come sta facendo il Governo Letta, dovrà imparare a fidarsi un po’ di più dell’Europa.
Sarà in sede europea che si decideranno gli scenari futuri nelle politiche di sviluppo economico, sarà l’Europa a dare e a togliere dal punto di vista normativo, e le leggi degli Stati dovranno avere a tutti i costi quel non so che di europeo.
Sono finiti i tempi del “piccolo è bello” e anche quelli del “nostro è bello”. Pur mantenendo specificità e caratteristiche proprie l’Italia dovrà diventare grande, portando a compimento quel percorso di maturazione civica che la vede ancora in coda alla classifica delle nazioni europee.
L’orgoglio nazionale va mitigato da una nuova coscienza culturale di respiro continentale, più accorta alle dinamiche internazionali, meno arroccata su posizioni di retroguardia, a partire dalla leggerezza di alcuni partiti, che con la loro fragilità infinitesimale, rischiano di non riuscire a soddisfare in modo significativo i bisogni reali della nostra società.
Una società affetta dai problemi di ieri, ma con le responsabilità di oggi. Quelle su cui alcune forze politiche giocano i destini minimi della loro sopravvivenza parlamentare. La Lega Nord è un esempio, ma esempi di Lega ve ne sono in tutti i paesi dell’Europa unita, unita ma non troppo.
Alle spinte separatiste e antieuro si devono anteporre oggi gli interessi effettivi delle comunità che hanno bisogno di cogliere nuove opportunità in ambito europeo.
Oggi poter studiare in Gran Bretagna, in Germania, in Francia per i nostri giovani significa cogliere occasioni di vita irrinunciabili, significa adeguare i propri modelli a quelli di altri giovani che nella scienza e nella tecnologia sono più all’avanguardia.
Approfittare delle opportunità di un’Europa, madre delle Culture, è una condivisione necessaria, non un’ammissione di debolezza, come molti vorrebbero far credere. Guardare al modello economico tedesco non è un deprezzare la nostra storia classica, ma una maniera per rinnovarla e renderla più efficace per le sfide di domani.
L’Università, la medicina, l’elettronica la Ricerca sono settori vitali nei quali l’Italia annaspa, c’è ma non si vede, si vede ma poco. Per questo occorre abituarsi a un lavoro di squadra come mai in passato, facendo massa critica rispetto alle principali questioni sociali ed economiche, per contare di più e meglio nello scacchiere Occidentale e mondiale.
L’Italia resta il Paese della Cultura, padre dell’Arte e madre della moda. Guida nella buona alimentazione grazie alla dieta Mediterranea, cosa che sta facendo abbassare sempre più l’asse della centralità europea e che dimostra come il nostro Paese non sia in Europa solo per chiedere ma anche per dare.
Un Paese e anche un territorio come la Puglia o il Salento che possono leggere nella sfera di cristallo europea i destini del loro futuro, con le possibilità offerte dai finanziamenti europei, per gli enti locali, per le Imprese, per gli studenti.
In funzione di un’Italia nuova, cresce la nostra aspirazione di un’Europa forte politicamente, e magari umanamente riconoscente.
















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