TERRE EMERSE - Parafrasando il buon Alessandro Manzoni, questa potrebbe essere la frase riassuntiva della complicata giornata che ha portato, in serata, alla trasformazione in legge del decreto cosiddetto IMU-Bankitalia giusto prima che scadesse il termine dei 60 giorni entro il quale convertire in norma il provvedimento del governo.
Per giorni i deputati delle formazioni che compongono la maggioranza, eccezion fatta per quella frangia del PD che ormai poco si riconosce nella generale condotta di partito (pur continuando masochisticamente a farvene parte), hanno ripetuto quanto fosse impellente la necessità di portare a termine la conversione in legge del decreto del governo sottolineando come questa fosse fondamentale per evitare che gli italiani si trovassero a dover pagare la seconda rata dell’IMU. Al di là della battaglia dialettica, come gentilmente definita da Enrico Mentana nel telegiornale della sera di LA7, e della generale disinformazione che ha portato addirittura una buona parte dell’opinione pubblica a credere che le misure riguardanti la ricapitalizzazione di Bankitalia fossero consequenziali o necessarie alla sospensione del pagamento dell’IMU, la domanda che molti si fanno è: le due cose si collegano a tal punto da doverle includere nello stesso provvedimento? La risposta, ancor di più a freddo, pare esser chiara.
Non volendo sindacare in questa sede sulla prassi ormai consolidata (e biasimabile) del fare abuso della decretazione d’urgenza per trasformare in legge misure che non nascono nelle stanze degli organi preposti ad esercitare il potere legislativo se non, appunto, in occasioni particolari, le due questioni sono senza dubbio importanti e, soprattutto per quanto riguarda la ricapitalizzazione di Bankitalia, avrebbero meritato uno spazio di discussione sicuramente più ampio. Come mai “questo decreto s’avea da fare, allora o mai più”?
Una possibile analisi porterebbe a pensare che l’esecutivo e la maggioranza non potessero farsi sfuggire l’occasione di legare una discussione importante e, comunque, relativamente impellente (dato che gli stress test della BCE sulle banche incombono, sebbene non con tale emergenza) come quella sulla Banca d’Italia a una che invece, agli occhi dell’opinione pubblica, sembrava essere molto più urgente come la sospensione del pagamento della seconda rata dell’IMU; sarebbe stato difficile, in seguito, che ricapitasse una congiuntura così favorevole. E così, quasi in sordina e al fotofinish, si è riuscito a rivalutare le quote di partecipazione nella Banca d’Italia per un regalo totale di circa 4 miliardi di euro agli istituti di credito privati, Unicredit e Intesa su tutti. (ndr, si rimanda a testate e articoli specifici per una spiegazione più esaustiva ed esatta)
Approvata la conversione del decreto, ciò che ha colpito di più è stata sicuramente la bagarre suscitata dall’applicazione della “ghigliottina” da parte della presidente della Camera Laura Boldrini in risposta ai tentativi di ostruzionismo dell’opposizione. Fu così che, in un sol colpo, vennero tagliati via 164 interventi in programma e si procedette subito con la votazione. Ciò che era stato solo paventato minacciosamente da altri presidenti della Camera come Violante, Casini e Fini, è stato invece portato a termine senza troppi problemi dalla Boldrini. Se non per ciò che riguarda l’atto in sé, la gravità della mossa credo risieda nel fatto che abbia creato uno spiacevole precedente: mai si era fatto uso della “tagliola” nell’intera storia repubblicana, motivo per cui, mi vien da pensare, gli altri tre presidenti della Camera che ho nominato in precedenza abbiano avuto la ragionevolezza di non adottare una misura del genere.
Ed è qui che a Montecitorio si scatena il putiferio. Di aule trasformate in pollaio forse è bene non occuparsi: la gara al vittimismo che ne è scaturita, da entrambe le parti, ha l’unico valore di rappresentare, tristemente, distrazione di massa.

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(a cura di Federico Plantera)
















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