TERRE EMERSE - Dopo mesi e mesi, se non anni e anni, di buio e di foschia, si comincia ad intravedere qualche segnale di ripresa. No, non mi riferisco alla famosa ripresa economica, differita di anno in anno a partire dal 2009 come la carota che l’affannato mulo non riuscirà (apparentemente) mai a raggiungere; parlo di una ripresa politica, o meglio, dell’attività cardiaca della politica.
Il ventennio berlusconiano, del quale posso avere osservato direttamente e criticamente le caratteristiche solo nella seconda metà per motivi anagrafici, è riuscito a mandare politicamente in coma un Paese. Senza dilungarsi in una descrizione delle strategie di comunicazione e del ruolo che lo strapotere mediatico-televisivo del Cavaliere-che-non-dovrebbe-essere-più-Cavaliere hanno giocato nel raggiungimento di questo risultato, si può semplicemente ricordare quali siano stati gli argomenti di discussione che hanno animato i dibattiti nelle aule del Parlamento e negli studi dei talk shows: con la complicità, quando cosciente e quando no, dell’avversario di turno, per anni abbiamo orbitato attorno alla massa (economica, in particolare, seppur declinata nei suoi diversi settori di influenza) di un unico personaggio. Dalle elezioni politiche del febbraio 2013, però, qualcosa è cambiato.
E qualcosa è cambiato sì, ma non per il meglio.
Ci siamo svegliati di soprassalto da un torpore politico che pare essersi concluso attraverso un percorso a tappe che ha portato dapprima i cittadini del Movimento 5 Stelle in Parlamento, poi ha attraversato la complicata fase dell’elezione del Presidente della Repubblica, in seguito ci ha condotto al voto sulla decadenza dalla carica di senatore di Silvio Berlusconi, alla prevista elezione con percentuali bulgare di Matteo Renzi a segretario del Partito Democratico e, infine, al fuocherello di paglia del movimento dei Forconi. Un percorso niente male, se solo avesse giovato al Paese in modo significativo.
Le novità più significative riscontrabili fotografando il Parlamento in questo momento storico sono le stesse che non fanno ben sperare in uno svolgimento positivo, o quanto meno “normale”, dei lavori delle due Camere. L’ansia del fare e del disfare sembra serpeggiare tra i banchi di palazzo Montecitorio e palazzo Madama.
Da una parte il PD, consapevole di riscuotere finalmente un consenso diffuso, grazie soprattutto al decisionismo personalistico del suo nuovo leader, usa questa clava contro il Movimento 5 Stelle sapendo di avere i numeri, grazie alla nuova (o rinnovata?) alleanza con il nemico di sempre, non per discutere, analizzare, formulare e fare, ma anche solo per semplicemente “fare”; si prova a proiettare all’esterno quel che accade all’interno del partito, con Renzi ad imporre linea e scelte a suon di aut aut in stile “prendere o lasciare”.
Dall’altra parte, quella del Movimento 5 Stelle che si proclama in modo piuttosto azzardato “la nuova Resistenza”, si fa finalmente opposizione: per anni l’Italia si era disabituata ad avere in Parlamento dei partiti che facessero veramente opposizione, e questo merito va riconosciuto ai 5 stelle. Non va riconosciuto in maniera più assoluta, però, quello di trasformare le aule della Camera in una zona di guerriglia e di battaglia a suon di slogan. Le scene a cui abbiamo assistito, negli ultimi giorni in maniera più decisa, non fanno altro che allontanare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla discussione parlamentare vera per dare spazio, come si è visto, a scaramucce di vittimismo bipartisan. Per non parlare della decisione di cominciare la procedura per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica: una mossa tattica, ma esagerata e imprevidibile per gli effetti che potrà generare.
Per trarre un bilancio finale, il Paese pare si stia politicamente cominciando a svegliare; ma non è certo oro quel che per ora luccica. E camminando verso la fine della galleria si potrebbe scoprire che, in realtà, la luce in fondo al tunnel sia soltanto un altro treno.

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(a cura di Federico Plantera)
















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