PDM - Si parla di elezioni in questi giorni? Paolo Congedo contribuisce con il suo brillante racconto.
STORIE QUOTIDIANE, IL TIROCINIO
Ne avevo da fare, quella mattina di aprile inoltrato. Le elezioni erano vicine
ed era un tam tam continuo, telefonate e mail che arrivavano in continuazione.
Vagliare con ponderazione e scartare. Ridere di alcuni comunicati stampa. Una
pausa nel bar sotto la redazione, un brunch veloce, poi via a riprendere i
testi, elaborarli e presentarli come dovuto, come l’utente vuole sentirseli
dire.
Nei giorni precedenti le nuove stagiste -tutte rigorosamente donne e di bell’
aspetto-, avevano fatto la loro comparsa ed ero rimasto più che soddisfatto di
loro. Qualcuna avrebbe fatto strada, altre si sarebbero fermate al primo
articolo. Qui è una lotta continua ed era il telespettatore a decidere, era il
telespettatore a scegliere la donna e la notizia. Come nel caso della piccola
Sara: tutti volevano sapere ed io ero costretto a presentare e ripresentare il
pezzo. Volevano il dettaglio, volevano il macabro, volevano immedesimarsi nella
storia, sentire le urla.
Bussò alla porta con una scusa qualunque e mi chiese un consiglio. Bella e
mora, minigonna nera –ben stirata- e tacco otto (ci avrebbe messo poco a farlo
diventare dodici), caschetto e occhi chiari, tette fasciate con garbo ma dalle
idee ben chiare. Le puttanelle le notavi subito, trovavano sempre il modo di
farsi strada, le puttanelle mica avevano necessità di presentarsi, di essere un
nome ai miei occhi di capo redattore, a loro bastava essere un volto e un nome
che appare sullo schermo. Ne avevo viste tante e di tutte ne conservo un buon
ricordo -non credo sia ricambiato-. C’era la tipa dai capelli neri, crumira
della peggiore specie, che trovavo già seduta e pronta a prendere appunti, a
segnare dettagli, a cercare la formula giusta per inserire il discorso. Ricordo
bene quanto ci rimase male quando venne esclusa dalla conduzione del
telegiornale. Me lo ricordo perfettamente. Cosa potevo farci: la madre della
sua collega era una gran bella gnocca e sapeva cucinare benissimo, sapeva
cucinarmi ancor meglio.
La nuova stagista sembrava diversa. Per carità, sempre ben ricercata nel
vestire, sempre ben truccata, sempre sorridente e sempre pronta a ricattarmi
con i suoi begli occhi chiari, ma il fine era lo stesso. Devo però ammettere
che aveva classe. Avesse avuto qualche centimetro in più avrebbe anche potuto
fare una discreta carriera.
Passai a prenderla da casa dopo solo due settimane -ne aveva da insegnare alle
altre-, uscì che era vestita appena, in quel vestito nero con taglio impero.
Seno poliglotta.
Il mio suv si defilava svelto nella coda e i suoi sorrisi erano una favola.
Certo, era titubante: lo erano tutte, la prima sera.
Chiacchierammo del più e del meno e io la misi a suo agio fin da subito e fin
da subito le sue ciglia battevano veloci, almeno quanto i pistoni dalla mia
auto.
Le avevo promesso una serata indimenticabile. Mantengo sempre la parola.
Per strada lei cercava di iniziare un discorso professionale, chiedeva
consigli e io le rispondevo con la battuta e con il savoir faire che l’
esperienza mi aveva concesso.
Lei sapeva scrivere, ovviamente. Sapeva scrivere come tante, come tutte le
altre, ma certo non sarei stato io a farglielo notare. Una buona penna non ha
necessità di tette per presentarsi.
Arrivammo a casa e io avevo sistemato già le candele, le luci soffuse, il
clima sparato al massimo, le abat jour in stile liberty in quell’ambiente
tronfio di legno caldo.
Emozionata e titubante fece i primi passi.
Cenammo fra una battuta e i suoi venticinque anni appena. La mia pancia non
era un limite per l’estetica, lo sapevo già.
Non fu un limite neanche quando mi cibai di lei.
Mi dispiacque vederla andar via al termine del tirocinio senza quel lavoro
così sperato.
In fondo anche le altre tirocinanti hanno diritto a sapere cos’è la vita…
p.c.















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