Caro direttore, non voglio essere complice!
Questa volta la lettera devo inviarla, tramite Lei, al capo di uno stato ad ordinamento democratico, che ha l’intenzione di cancellare l’identità di un popolo, quello palestinese. Una lettera che voglio condividere con le/i nostre/i lettrici/ori, che da qualche giorno sta circolando in rete.
Lettera pubblica a Benjamin Netanyahu
Signor Netanyahu,
Le scrivo con la rabbia di chi ha visto troppe atrocità e troppa indifferenza. Le scrivo con la voce di chi non vuole tacere, perché il silenzio è sempre colpevole. Quello che sta accadendo a Gaza non è difesa. È genocidio. È crudeltà trasformata in strategia. È potere che si fa vendetta. È un popolo che muore due volte: sotto le bombe e nel disinteresse del mondo. Io non voglio essere complice.
Non voglio essere tra quelli che guardano altrove, tra quelli “distratti”. La Shoah non va ricordata solo per l’orrore di un regime, ma anche per il silenzio che la rese possibile.
Milioni di occhi videro. Milioni di bocche tacquero, mentre un popolo – il Suo popolo – veniva sterminato. Io non c’ero, ma sono certo che non avrei taciuto. Lei sta usando quella memoria come scudo per giustificare nuove atrocità.
Ma non c’è giustizia nella rappresaglia. Non può esserci pace in uno Stato che umilia, affama, annienta. Lei sta portando alla rovina non uno, ma due popoli, e il secondo è il suo. E con questi due popoli Lei sta portando alla rovina l’umanità intera.
I bambini non sono “effetti collaterali”. Sono bambini.
Come quelli che anche Lei, probabilmente, ha tenuto in braccio. Come quelli che, forse, l’hanno chiamata “papà”. Eppure, li seppellite vivi. Li lasciate senza acqua, senza rifugi, senza sogni.
Con franchezza Le dico anche che trovo offensivo il nome dell’operazione militare in corso: “Carri di Gedeone”.
Gedeone, nella Bibbia, è il liberatore d’Israele, chiamato da Dio a salvare il suo popolo con giustizia e umiltà. Ma Dio non può guardare con favore chi distrugge, chi semina terrore, chi calpesta l’umanità in nome della vendetta.
Non si può evocare il sacro per giustificare l’empio. Non mi rivolgo a Lei da politico. Le parlo da essere umano. Da insegnante. Da figlio. Da padre.
Perché il dolore dei palestinesi è anche il nostro dolore, è il dolore della umanità, ed è insopportabile. Lei combatte “Hamas”, ma colpisce ospedali. Parla di “difesa”, ma rade al suolo quartieri interi.
Dice “pace”, ma costruisce muri e barriere. La verità è che ha fatto della paura un mestiere.
Dell’odio, un’ideologia. Dell’occupazione, una forma di governo.
Un giorno tutto questo finirà. E la Storia sarà lì ad aspettarLa, come aspetterà anche i capi di governo che hanno permesso tutto questo. Non ci saranno medaglie, ma domande.
“Dov’era la sua coscienza, signor Netanyahu?” “Dov’era la coscienza di chi poteva fermarLa e non l’ha fatto?” Non si può invocare la memoria dell’Olocausto e, insieme, costruire un’altra catastrofe. Non si possono piangere i morti del passato e ignorare i morti del presente.
Io non ci sto!
Non voglio restare in silenzio. Perché chi tace oggi, domani non potrà più dire: «Io non sapevo».
Un essere umano. Che ha scelto di non essere complice.
Vi prego di condividere e rompere insieme il muro del silenzio. Fin qui la lettera.
Per concludere voglio insistere su questo.
Provate a guardare una delle tante foto (quelle autentiche, senza ritocchi e intelligenze artificiali) che in queste ore di massacro e occupazione illegale di quei territori, ad opera dell’esercito israeliano, stanno circolando in rete. E cercate di guardare gli occhi di questi bambini di Gaza che con i gesti semplici e ingenui, delle loro manine esili, ci chiedono di far smettere di lanciare bombe contro di loro. E altri che ci chiedono cibo e acqua, perché da tre mesi sono stati privati.
Fatelo e, se ci riuscite, trattenete le lacrime.
Mi chiedo, come non vedere nella profondità di quegli occhi, di questi nostri figli e nipoti, che si sta consumando la disumanità di un mondo, che pretende di essere democratico e rispettoso dei diritti umani.
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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