NARDO' - Caro direttore, un manifesto non può cancellare la Memoria storica!
Il 27 gennaio è “il Giorno della Memoria”, così designato da una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, per celebrare le vittime dell'Olocausto e di ogni forma di soppressione dei diritti umani compiuta dai nazisti, con la collaborazione attiva dei fascisti italiani. Fu scelto il 27 gennaio perché quel giorno le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di annientamento di Auschwitz.
In Italia, le finalità delle celebrazioni sono state definite dalla legge 211 del 20 luglio 2000 (artt. 1 e 2).
Cos’è la memoria storica? È l'insieme dei ricordi, delle testimonianze e delle narrazioni condivise da una collettività riguardo al proprio passato. Ed è fondamentale per costruire l'identità nazionale e sociale. Attraverso il ricordo.
Dice Primo Levi nel suo libro del 1986, “I sommersi e si salvati”,
«"È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire". Primo Levi torna sull'esperienza dei Lager nazisti, “...insomma non un incidente della Storia, ma una vicenda esemplare attraverso cui è possibile capire fin dove può giungere l'uomo nel ruolo del carnefice e in quello della vittima”.
Le domande cui Levi risponde con l'equilibrio e la lucida fermezza che siamo soliti riconoscere ai classici, investono frontalmente il nostro oggi e si propongono alle nuove generazioni, per le quali la parabola nazista si va facendo sempre più lontana e più sfumata.
Ancora Levi,
“Quali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario, e quali le tecniche per annientare la personalità di un individuo? Quali rapporti si creano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zona grigia" della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibile capire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibile ribellarsi ad essa? E ancora: “Che cosa sapevano, o volevano sapere, i tedeschi”?.
Il sindaco di Nardò, e la sua giunta, anche “Il giorno della Memoria” è riuscito a far parlare di sé. Ha fatto affiggere manifesti per la commemorazione delle foibe.
Come si può rimuovere dalla memoria collettiva, nazionale e locale, l’abominio nazista, e la collaborazione fascista?
L’operazione di imporre il ricordo delle foibe, a quello della Memoria, è tentativo di manipolare le coscienze.
Un’operazione ampiamente smascherata dal certosino lavoro di ricerca storica di alcuni studiosi indipendenti – tra cui Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk – che hanno dimostrato, con documenti inoppugnabili, che la “realtà” delle foibe è ben diversa dalla vulgata reazionaria raccontata sulla base delle ricostruzioni di interessati “storiografi”.
Oggi, con quei manifesti in bella vista, anche a Nardò si compie l’ennesima mistificazione della realtà, si scredita la Resistenza antifascista, e si impone una visione distorta delle foibe.
Le foibe (è l’ennesimo anno che lo ribadisco) vanno contestualizzate senza retorica, e senza alimentare il vittimismo e offendere ulteriormente la memoria di chi è stato coinvolto in una atroce vicenda e soprattutto di chi ha pagato, innocente, per responsabilità altrui. La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. È una storia nota e arcinota, su cui hanno lavorato fior fiore di storici.
Ma fino a quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia come di una regione italiana senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando si parla nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro Paese.
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e in ogni straniero. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della Seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
La storia non ha scorciatoie, non si possono amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti.
Lo dico al sindaco di Nardò, e a tutti coloro che tentano di anteporre le foibe allo sterminio nazista.
Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure a privilegiare determinate categorie di vittime.
Falsificare la storia non è permesso a nessuno!
Scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto.
La Seconda guerra mondiale è costata la vita a quasi mezzo milione di italiani, fra militari e civili, e la responsabilità di quelle morti è del regime fascista che ha trascinato il Paese in una guerra criminale. E poi qualcuno dice, sì ma le foibe?
Pertanto, un manifesto non può cancellare la Memoria storica!
Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente















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