
Il cinema italiano sta incominciando nuovamente a meravigliare critici e pubblico. E una parte del merito è di un coraggioso produttore neritino.
Perez. (col punto) è il nuovo film prodotto da Attilio De Razza ed è reduce dagli applausi all'ultimo festival di Venezia. Ma la buona accoglienza non compete solo ai puntuti esperti di "cinema bis" come quelli di Nocturno se anche i rotocalchi mainstream come Ciak e Best Movie promuovono l'opera: "il cinema italiano non è morto" scrivono su quest'ultima. Tra atmosfere noir a metà tra la serialità americana e il polar (neologismo interessante che fonde poliziesco e noir) la pellicola di Edoardo De Angelis (Mozzarella Stories) rappresenta un autentico investimento del produttore salentino sulla generazione di autori trentenni che girano film dai contenuti solidi ma anche ben confezionati ed in grado di viaggiare sui mercati internazionali. Solo a Venezia se ne sono accorti tutti con Hungry Hearts, Senza nessuna pietà, Anime nere e lo stesso Perez. Che hanno rivelato al grande pubblico, oltre a De Angelis, anche Costanzo, Alhaique, Munzi.
Anche la questione dei temi e dei generi inizia a diventare interessante: i giovani director non hanno paura di affrontare ambiti proibiti negli ultimi decenni, dopo i fasti degli anni Settanta che incorniciarono i "polizieschi all'italiana" di Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari, Umberto Lenzi, Sergio Grieco, Carlo Lizzani, Elio Petri. Basti pensare alle frontiere dell'horror thriller (genere disperso in Italia dopo Dario Argento) esplorate da Federico Zampaglione con grande successo grazie a Shadow (2009) e Tulpa (2012) o addirittura della sci-fi, fantascienza che diventa evocativa e d'autore con i Manetti Bros. (L'arrivo di Wang è del 2012) o con il fumettista Gipi, regista del film del 2011 "L'ultimo terrestre".
Il film è prodotto da Attilio De Razza, Pierpaolo Verga, Edoardo De Angelis e Luca "Montalbano" Zingaretti, per la prima volta anche produttore, in collaborazione con Medusa che lo sta distribuendo in sala in questi giorni. La storia racconta di Demetrio Perez che è un integerrimo avvocato d'ufficio, costretto ad infrangere tutte le regole per non difendere l'unica cosa che ha a cuore: sua figlia, innamorata di Francesco un personaggio ambiguo, diviso tra malavita e redenzione. Il tutto sullo sfondo di una Napoli inedita sul grande schermo, avulsa, fredda, fatta di metallo e di vetro.
Anche il produttore neritino si ri-scopre come risorsa per il cinema italiano. Dopo i gratificanti successi di pubblico e cassetta con i due film della "coppia Zelig" Ficarra e Picone (circa 15 milioni di euro incassati sono nelle sale nel 2009 e 2011) Attilio De Razza non si fossilizza ma investe in opere di qualità che sappiano sì cavalcare l'onda (una sorta di "filone Gomorra") ma confezionando un prodotto che possa convincere la critica ed essere esportato come nuovo "made in Italy". (Leggi dopo il salto)

Valga, come referenza, il giudizio della severa Commissione nazionale per la valutazione film della Conferenza episcopale italiana: "Finalmente nuove location possono aiutare a immaginare storie nuove. E' il caso del Centro Direzionale che offre il quadro di una Napoli inedita nella sua modernità, spiazzante nella possibilità di creare impreviste fughe esistenziali. Alti palazzi, vetrate, terrazze, luci riflesse sono la cornice dentro la quale si consuma la triste quotidianità di un uomo deluso e affranto. Perez diventa ben presto il prototipo di colui che rinuncia, accetta beffe e compromessi, si risveglia solo quando diventa inevitabile innescare una reazione per difendere la figlia.
Edoardo De Angelis costruisce lo sguardo giusto per rendere quel luogo insolito il contenitore di vizi secolari e virtù impalpabili, teatro dove va in scena il male e dove etica e morale fanno di continuo a pugni. Un "noir", un "hard boiled", qualcosa che vuole esplicitamente richiamare un genere americano fatto di duri e di disperati. Assenti retorica e inutili estremismi, il copione corre con la giusta freddezza.
La consapevolezza di essere persone umane e di vivere come lupi nella giungla crea una non recuperabile propensione all'autodistruzione. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, e nell'insieme realistico".
















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