NARDO' - Figura centrale è Otello "Cusiminu" Nanni, il "calzolaio delle Cenate". Gli scritti sono divulgati, a beneficio di giovani e anziani lettori, dal figlio Luigi.
Otello “Cusiminu” Nanni, “il calzolaio delle Cenate (località del comune di Nardò), per avervi lungamente vissuto con la sua numerosa famiglia, è stata una figura molto in vista durante la permanenza di migliaia di profughi negli anni 1943-47.
Rappresentò un preciso punto di riferimento per via del suo mestiere, unito anche a una forte e spiccata personalità.
Stimato da tutti i profughi, gran parte di provenienza balcanica, con loro intrecciò rapporti di schietta e sincera amicizia.
A lui sono legati alcuni racconti divulgati dal figlio Luigi, appresi direttamente, in tutte le occasioni in cui con emozione si ricordavano quelle vicende. Per fortuna, non soltanto tristi e dolorose, ma anche ricche di conforto e solidarietà.
I racconti drammatici dei profughi, le tante vite spezzate dalla guerra e l’orrore dei campi di concentramento, costituiscono ancor oggi il filo conduttore di tante testimonianze, nonché monito e insegnamento per le nuove generazioni. Ne esce un quadro ricco di sfumature che s’imprime nella memoria collettiva e che costituisce il vero patrimonio morale ereditato da quella lontana e difficile esperienza.
IL BARATTO
Con l’arrivo dei profughi nella zona ci si rese subito conto delle dimensioni della loro enorme tragedia. Il Comando anglo-americano, come per altre aree del Paese, aveva individuato nella marina di Santa Maria al Bagno e aree limitrofe un “Campo” per i profughi.
Le fu assegnato il numero 34. Per le migliaia di profughi che lo raggiunsero, si pose il difficile problema di come dovessero organizzare la loro nuova vita. Avevano perso ogni cosa, senza un futuro all’orizzonte, insomma senza una vera speranza, Che, fortunatamente, cominciò a rinascere proprio in quel Campo, grazie alla gente del posto, che non esitò un istante a darsi da fare. Per la sussistenza minima ci pensava l’organizzazione del Campo, per il resto avevano bisogno di tutto. A cominciare dalle scarpe. Simbolicamente, con queste, si accingevano a intraprendere il loro nuovo cammino.
Il calzolaio era Otello “Cusiminu” Nanni e a lui si affidavano. Ma, dicevano in tanti, di non avere denaro per pagare. Otello li rassicurava. Non c’era motivo di preoccuparsi. Con l’impegno e la cura dei suoi primi cinque figli (ne sarebbero nati altri tre), sapeva bene cosa significava vivere nelle difficoltà e fare tanti sacrifici. Ma poteva Otello lamentarsi con loro? Certo che no. Il più povero in canna delle nostre parti stava in una condizione straordinariamente più favorevole e vantaggiosa rispetto ai profughi, presi uno a uno.
I profughi avevano bisogno di scarpe e Otello di lavorare, in questo talvolta aiutato dalla moglie Giuseppina che, oltre alla cura dei figli, badava a tagliare e rifinire le tomaie. L’accordo fu presto fatto. Per ogni sandalo (non badavano al modello, era quasi sempre lo stesso che avevano visto in giro; semmai chiedevano che fossero robusti e durassero nel tempo) avrebbero pagato con dieci scatole di carni, la cosiddetta “canned beef” americana che si cominciava a distribuire nel Campo e che nessuno aveva mai mangiato in precedenza. Né quella, davvero saporita, né (se non rare volte) altro tipo di carne. E così si andò avanti. Altra forma di baratto fu quella da parte dei profughi di mettere a disposizione di Otello cose che lui andava disperatamente cercando per lavorare: pelle, cuoio, spago, pece e altro ancora. E che, nella fuga, s’erano portato appresso, come umile ricchezza e possibilità. Qualcuno (ovviamente, giovane d’età) si starà chiedendo: perché queste merci non venivano comprate? Era molto difficile farlo. A parte per i soldi che non si avevano, semplicemente perché allora i negozi, come noi oggi li intendiamo, non esistevano.
Di tanto in tanto si recava a Lecce con la sua vecchia bicicletta; cinque, sei ore di pedalate tra andata e ritorno. Le ruote erano “piene”, vale a dire senza camera d’aria e le strade non erano certo asfaltate. A Lecce avrebbe incontrato un certo Chiarelli (ci sono ancora suoi figli a proseguire l’attività) che poteva avere quello che serviva a un calzolaio. Non sempre tutto ciò succedeva (infatti alcuni viaggi risultarono infruttuosi), perché molto dipendeva dalla fortuna e dalla disponibilità del momento, tantochè (si fa soltanto un esempio), Otello stette alcuni mesi senza riuscire a lavorare. Sprovvisto di “siminzelle”, i chiodini necessari per mettere dei solidi “minzetti”, cioè le suole, che allora erano rigorosamente di cuoio. Di gomma si sarebbe parlato più tardi. Insomma, in quelle difficili condizioni avveniva un singolare do ut des carico di umanità e soddisfacente per le due parti.
L’INVITO IN SINAGOGA
Otello era tenuto in grande considerazione dalla comunità dei profughi. In alcune occasioni venne anche invitato a partecipare alle loro solenni cerimonie. Com’è noto, è particolarmente forte per gli ebrei l’attaccamento alle loro tradizioni e alla loro religione. Uno di questi inviti riguardò un momento di preghiera e cerimoniale in sinagoga, allora presso Villa Saetta delle Cenate. Otello accettò come per altre volte, per mostrare la sua amicizia ai nuovi arrivati.
Una mattina, prestissimo, Otello venne svegliato di soprassalto dal bussare alla porta (data l’ora, quasi si spaventò). Gli veniva ricordata la cerimonia che stava per cominciare (Otello, poi, confessò di essersene dimenticato). In fretta si vestì e andò a bussare alla casa di un amico cui aveva esteso l’invito. Stare in compagnia – aveva sempre pensato – lo avrebbe messo maggiormente a suo agio.
Giunti in sinagoga, i due furono calorosamente accolti insieme a tanti altri e servita una colazione a base di yogurt, latte e miele. Otello guardò bene ma non toccò nulla. Si trattava di ingredienti che non gli piacevano. Lo yogurt, poi, non sapeva nemmeno cosa fosse. Si accorsero del suo disagio e gli chiesero se preferiva una scatoletta di carne. Andava bene, eccome! Anche a quell’ora! Non so se qualcuno di voi ha mai assistito al rito ortodosso. A me è capitato una sola volta, nella chiesa greca di Lecce. Molto diverso da quello cattolico. La celebrazione è suggestiva ma anche oscura ai nostri occhi. Sta di fatto che Otello e l’amico, seduti un po’ in disparte, forse trovarono anche qualche tratto divertente, oggetto di riso. Sarà capitato una o due volte. Gli organizzatori della cerimonia si accorsero di questa mancanza di rigore. Loro, davvero, rigorosissimi. Per il resto tutto filò liscio, compreso il fatto che poi, dopo la cerimonia, s’intrattennero con gli invitati, scambiando opinioni e augurandosi tutto il bene possibile.
Il giorno seguente Otello, al lavoro con l’inseparabile “bancarieddhu”, il desco del calzolaio, ricevette la visita di un terzetto di profughi bene in vista, e che lui ovviamente conosceva. Gente che si dava una sacco da fare per alleviare le condizioni della propria comunità. Avevano anche un ruolo preciso, riconosciuto dagli stessi profughi. Si vedeva, gente colta e con capacità di organizzare la vita del Campo. Chiesero di sedersi, spesso capitava che accompagnassero Otello nel suo lavoro, con qualche chiacchiera e racconti che certo non mancavano. Stavolta, però, Otello intuì che nell’aria c’era qualcosa. Non erano ciarlieri come al solito e la faccia non riusciva bene a dissimulare e nascondere. Non fece in tempo ad approfondire questa sua supposizione che il primo del gruppetto (sembrò il più anziano) esordì, prendendola alla lontana: “schuster” (così veniva chiamato), quando ci hai invitato alla nascita di tuo figlio (si trattava di Mario), noi abbiamo accettato l’invito, abbiamo fatto il segno della croce e come da tradizione offerto un dono. Ancora: quando ci hai invitato alla festa dei bambolotti (chiamate proprio così le grandi statue in cartapesta dei SS. Cosma e Damiano ancora in possesso della famiglia Nanni), li abbiamo onorati, anche se non si tratta della nostra religione. E, invece tu, schuster, nella nostra sinagoga ridere e ridere. Non dissero altro, troncando bruscamente l’esposizione. Stavolta Otello si trovò in difficoltà vera, non riusciva a ricordare nemmeno l’episodio contestato. In un attimo studiò una strategia difensiva, ma dalla sua aveva la buonafede e la forza di riconoscere che aveva sbagliato. Niente contro di loro, nessuna offesa. Non dovevano sentirsi offesi – ripeté. Peraltro, come poteva essere possibile, con tutta l’amicizia che aveva stretto con loro in quei lunghi mesi, e col fatto che nella sua casa conviveva con una profuga polacca che occupava una delle tre stanze che era stata requisita dal Comando anglo-americano? Non cercò vie di fuga. Chiese scusa per l’accaduto. Giurò, non ricordava bene, forse un solo istante, incuriosito dalla novità del rito cui assisteva per la prima volta. Diffidenti, i tre si guardarono negli occhi e puntando il dito verso Otello subito scoppiarono a ridere. Stavolta, una vera risata. Era giusto così. Le scuse erano state accettate e tutto era finì in un forte abbraccio.
L’ACCUSA DI MACELLAZIONE CLANDESTINA
La situazione di grave indigenza, se non di povertà assoluta, condusse profughi e residenti a strategie per assicurarsi l’indispensabile, talvolta violando il regolamento anglo-americano nelle diverse materie dell’organizzazione del Campo. Stante l’eccezionalità del periodo, questo regolamento (insomma, le leggi), si mostrò particolarmente severo. Ma a questo non si pensava quando si era costretti dal bisogno, dalla necessità di reperire risorse per la propria famiglia. Uno di questi casi riguardò l’imputazione cui furono condotti cinque amici della località delle Cenate, tutti accusati del reato di macellazione clandestina. Nel senso che, s’intende, era fatto divieto di macellare animali senza autorizzazione. E’ giusto che sia sempre così, allora come oggi, ma i cinque amici quella volta non vi dettero molto peso. Pensarono anche di aver organizzato tutto per bene, poiché il vecchio vitello da carne fu effettivamente macellato. Uno del gruppo aveva una precedente esperienza per farlo, un altro ne era il proprietario, un altro ancora aveva individuato il luogo adatto e gli altri poi sarebbero entrati ugualmente in quell’affare. Arrivarono anche a vantarsi della loro capacità di fare tutto nel migliore dei modi e di non far uscire all’esterno la loro operazione. Da quella macellazione ciascuno avrebbe ottenuto la sua parte. Presto, però, successe quello che nessuno si sarebbe aspettato. La Polizia del Campo bussò alla porta del proprietario del vitello.
Questi negò ogni accusa, persino di fronte all’evidenza del fatto. C’era una denuncia circostanziata da parte di una persona delle Cenate (inizialmente non fecero il nome) che si era presentata al Comando e con precisione aveva esposto quanto era stato commesso. Questa persona non era mossa da un particolare senso civico, quanto da rancore forse per essere stato escluso dalla partita. I cinque (pur sempre suoi amici) anche a distanza di anni, definirono il suo gesto semplicemente ignobile. Ma il “giustiziere”, travolto dalla rabbia del momento, intese fargliela pagare. Corse subito al Comando e spifferò ogni cosa. Il proprietario del vitello fu costretto a confessare. Anche perché la Polizia gli aveva messo sotto il naso il teorema di tutta l’operazione. A svelarlo era stato l’escluso, il “vendicatore”. Illustrò il progetto portato avanti, in quanto tutti – disse – avevano un ruolo ben preciso. C’era il proprietario del vecchio vitello di cui si voleva disfare, guadagnando dalla macellazione; individuato per tempo il luogo adattato a mattatoio.
C’era finanche una persona con esperienza che lo avrebbe ammazzato, infine della carne a disposizione delle cinque famiglie e la gran parte destinata alla vendita per qualche persona fidata. Indicò anche il ruolo avuto da Otello Nanni. Se stava in mezzo – argomentò – era per la pelle dell’animale. Non era forse un calzolaio? Una spia all’altezza della situazione! Era nel vero o quantomeno vicinissimo alla decifrazione del fatto. Le cose si misero subito male. In quel periodo di dopoguerra e con un apparato di supplenza straniero, le leggi erano applicate con durezza. Ma, dopotutto, a ben pensarci, i cinque non avevano poi commesso un reato così grave, se non per la transitorietà del momento. Non avevano certo rubato! Il vitello era di proprietà di uno di loro, per giunta in età per essere macellato.
Gli altri (è vero, personalmente interessati), avevano collaborato all’intera operazione, attenti che tutto venisse fatto per bene. Ma non bastò, a causa di una denuncia che era forse frutto della povertà e dell’animo incattivito. Andò loro incontro un po’ di buona sorte e il consiglio degli avvocati. E’ quasi inutile aggiungere che i cinque erano persone di assoluta dirittura morale, gran lavoratori e rispettati da tutta la comunità. Ma, come si dice, la legge è legge e in quella circostanza ebbe la sua applicazione. Il conciliabolo degli avvocati e una meticolosa strategia difensiva portò al consiglio per il proprietario del vitello di incolparsi di tutta l’operazione.
Bisognava ridurre il danno. Non si poteva fare diversamente. Era, però, decisivo, che tutti fossero d’accordo. E così si fece. Nell’interrogatorio questi disse che aveva fatto tutto da solo e che gli altri accusati – ammise di conoscerli – non avevano preso parte alla cosa. Dovette apparire un gigante alle prese, da solo, con un animale di diversi quintali! Alla fine, il giudice si mostrò comprensivo e dette l’impressione di credere a quanto veniva detto ( si capì subito che non aveva voluto infierire), ma non poté evitare di infliggergli la pena minima che nella circostanza fu di ben cinque mesi.
Una dura, durissima sentenza per uno soltanto dei cinque, che scontò la pena sino all’ultimo giorno. Durante tutto questo lungo periodo, gli altri quattro aiutarono la famiglia dell’amico che si era sacrificato. Dopo il vitello, sia pure metaforicamente, era toccato anche a lui! Non erano costretti a farlo, non c’era alcun accordo sottoscritto, cosa che comunque non avrebbe avuto nessuna importanza. Il loro accordo aveva le fattezze della grande amicizia che li legava e il senso dell’obbligo morale. Non avevano grandi risorse, davano quello che potevano, ma per quella famiglia, povera al pari di tante altre, quella vicinanza fu la migliore medicina per alleviare la propria difficile condizione.
















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