NARDO' - Nella sede dell’Unitre di Nardò, si è tenuto un incontro culturale avente come oggetto il “Versi in vernacolo ”.

Occasione di riflessione la presentazione di alcune poesie di Giuseppe Greco da Parabita e la introduzione critica del prof. Maurizio Nocera.
Sin dall’introduzione di Giovanni Però l’argomento si è dimostrato alquanto controverso specie quando si vuole coniugare il dialetto in versi poetici rispettando metrica e vocabolo.
Da anni esiste un duro scontro fra coloro che vogliono dissipare ogni forma dialettale e coloro che invece vogliono valorizzarla ritenendola fonte inesauribile per la stessa lingua.
Il Problema non è solo italiano bensì internazionale. Come conciliare lingua ufficiale e linguaggio parlato?
Punto comune dei contendenti è la creazione di una lingua valida per tutti, riconosciuta, condivisa, internazionale in cui riconoscersi e un linguaggio, forte delle proprie radici culturali e sociologiche, che continua ad avere cittadinanza, una propria impronta, un proprio valore nell’evoluzione storica dell’umanità.
Denigrare, distruggere il dialetto è come distruggere se stessi, la propria natura, la propria origine, il proprio essere.
La lingua italiana altro non è che il dialetto fiorentino assunto agli altari.
Chi meglio di Dante Alighieri “mostrò ciò che potea la lingua nostra”, cioè con il dialetto fiorentino/toscano?
In Francia e in Spagna ecc. la nascita della lingua ufficiale non ha avuto la stessa origine, cioè un dialetto che si è imposto sugli altri?
La specie umana non è nata col dono della parola formata ma con la possibilità strutturale di emettere suoni, di riconoscere le persone, luoghi, gesti, suoni e segni, di accomunare le identità, le immagini e i colori.
E’ questo l’embrionale dato di partenza che collaudato, sviluppato, selezionato, modificato ha originato il linguaggio e successivamente la lingua come idioma nazionale.
I suoni gutturali, i segni delle mani, gli atteggiamenti del corpo evoluti e corretti nel tempo si sono poi trasformati in parola scritta.
I sostenitori ad oltranza di una lingua comune unica contro il dialetto recano danno a se stessi, alla comunità e alla cultura in generale.
E’ vero che l’umanità ha necessità di comunicare con tutti, di
comprendersi e comprendere tutto, ma questa è un’operazione lunga e
difficile, che solo il tempo può far realizzare.
Il Dialetto, quale che sia la latitudine o la longitudine, ha in sé una forza espressiva, che coglie e colpisce, una concettualità stringata nell’espressione e una chiara comprensione che non sfugge.
Qui non si vuole entrare nel discorso del “codice ristretto e allargato” che appartiene ad altro tema.
Il dialetto comunque essendo più ancestrale spesso rappresenta e descrive situazioni, atti, fatti che la lingua perde nell’ effetto.
Una prova questa sera ci sarà offerta dal nostro amico prof. Giuseppe Greco, che nel suo libro di poesie esprime lodevolmente: la potenza coinvolgente del dialetto, la puntualità della descrizione, l’articolazione oggettiva delle cose e dell’animo umano, l’effetto e il calore delle immagini.
Il suo è un dialetto flessibile, che ben si adatta alla situazione, all’oggetto, al sentimento, alla storia; che ben si colloca pregnante al posto giusto e quasi pennellata pittorica viene fuori dal suo poetare.
La sua attenzione e la sua riflessione colgono le cose semplici che sono intorno: il mare, le onde, la luna, il sole, i meriggi, il vento, la natura, le nuvole, il cuore, la pioggia, i paesaggi, l’amore e il senso del religioso.
Con i suoi versi Giuseppe Greco diviene:
AEDO: ossia narratore epico del dialetto;
VATE: che indica il futuro della lingua partendo dal passato.
POETA: che coglie la bellezza e l’armonia di un mondo che sembra volgere al tramonto.
La sua poesia è piena di:
Natura e sentimento
Suoni e sensibilità
Spazi e visioni
Realtà e illusioni
Canto e sudore
Lacrime e sorrisi
Il tutto trasportato da:
“Traini di meraviglie”
“Carrettate di colori e suoni”
“Illuminazioni di umanità”.
Giovanni PERO’
















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