NARDO' - Chi è don Davide Zangarini, della Chiesa missionaria di Bologna (mamma Anna di Nardò e papà Paolo, bolognese) da sei anni e mezzo a Mapanda, villaggio a sud-est del grande paese africano.

C’E’ ANCHE NARDO’ NELLA MISSIONE IN TANZANIA
Don Davide Zangarini, della Chiesa missionaria di Bologna (mamma Anna di Nardò e papà Paolo bolognese) da sei anni e mezzo a Mapanda, villaggio a sud-est del grande paese africano.
Una grande storia della Chiesa missionaria. L’ennesima. E un sacerdote bolognese, ma neritino di madre, che accoglie l’invito del suo vescovo per una missione in Africa, in Tanzania, “dall’altra parte del mondo”. Una storia di ordinaria obbedienza e dedizione quella di Don Davide Zangarini, in questi giorni rientrato a Nardò per un breve periodo di riposo (non ha mancato comunque di celebrare e lo ha fatto nelle chiese delle Cenate, Vacanze Serene e dell’Incoronata; durante quest’ultima è parsa palpabile tra i tanti fedeli l’emozione suscitata dalla presenza della mamma Anna, chiamata accanto a lui alla prima lettura).
Quarantaquattro anni, sei e mezzo dei quali da missionario “fidei donum”, che è l’enciclica di Pio XII scritta per invitare la Chiesa occidentale all’impegno missionario. Ed ecco che nel 1974 la Chiesa missionaria di Bologna imbastisce un rapporto, crea un gemellaggio con Iringa (“forte”, nella lingua locale), capoluogo della regione omonima, con oltre 200mila abitanti. Siamo nel sud est della Tanzania, nella provincia di Mafinga. Nel vicino villaggio di Mapanda, scopriamo l’importante realtà della parrocchia di Don Davide Zangarini.
Per orientarci, sarà il caso di dotarsi di un buon atlante geografico. La sua parrocchia accoglie otto villaggi per complessivi 15-20 mila abitanti. Si tratta di una piccola parte del grande paese africano, oltre tre volte l’Italia (954mila kmq e con una popolazione che sfiora i 50 milioni di abitanti. E’ il paese del Kilimangiaro, del lago Vittoria e delle grandi foreste, del Parco Nazionale del Serengeti, abitato dai cosiddetti “Big Five”(elefante, leone, leopardo, bufalo e rinoceronte). Resta, pur sempre, uno dei paesi più poveri del pianeta, anche se negli ultimi anni ha registrato un’incoraggiante crescita economica dovuta soprattutto alla ritrovata stabilità politica.
Sguarniti di fronte a Don Davide, non avendo idea dell’impegno di una missione in una realtà di estrema complessità e per giunta soltanto qualcosa immaginiamo, stiamo volentieri ad ascoltare. Per scoprire che è preferibile rispetto al fare tante domande, anche inevitabilmente banali, che chissà quante volte Don Davide si è sentito ripetere. Anche perché non tardiamo a scoprire che ci manca la corretta lettura di tante situazioni ed è anche facile cadere nel pregiudizio. Tanta distanza ci separa, altrettante le differenze sociali e ambientali per poterci “paragonare” a loro. Alla fine, nemmeno la capacità di capire. E’ evidente l’errore di impostazione che Padre Davide potrebbe subito correggerci, grazie anche alla sua esperienza sul campo. Che gli deriva dall’essere sacerdote, missionario, e in tutte le occasioni “uomo di buona volontà”. Là presente per fare apostolato, per aiutare, ricco della sua fede che gli infonde forza e fiducia.
Non è facile il compito del missionario. Don Davide non lo dice, ma almeno questo noi riusciamo a intuirlo. Ciò vale in ogni parte del mondo ma, alla fine, forse non la cosa più importante. Non sono certo le difficoltà a spaventare. E’ quello che ha sperimentato Don Davide con la sua parrocchia che si estende per decine di chilometri di strada sterrata e senza illuminazione e dove, manco a dirlo, non mancano i problemi sanitari. E’ questa la realtà di un paese povero, con alto livello di analfabetismo e bassissimo reddito procapite. Dove, nei villaggi, ci si affida ancora agli anziani (i wazee) per la regolazione dei rapporti tra le diverse tribù. Ma non chiamiamola arretratezza. Davvero tanta, però, – si sottolinea – la distanza dal mondo occidentale. E, tuttavia, e anzi per fortuna, una comunità che sia pure lentamente cresce, grazie alla missione intrapresa. Piccoli passi, per un sereno e prosperoso avvenire.
Per il resto e sempre per fortuna, La Tanzania non ha subito i rivolgimenti politici di altri paesi africani e pur tra tante traversie (tra cui la guerra scatenata dal dittatore ugandese Idi Amin), è riuscita a raggiungere un’insperata compattezza, favorita dalla pacificazione tra le diverse tribù. Cosa che è avvenuta al tempo del presidente Julius Nyerere che, subito dopo il raggiungimento dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1962, inaugurò una sorta di socialismo utopico, tutto africano, che si rivelò comunque adatto alla sempre difficile situazione politico-sociale e dette anche i suoi frutti. Sua l’idea della creazione, dei cosiddetti Ujamaa, nuclei produttivi costituiti mediante l’aggregazione della popolazione in comunità agricole.
E’ questo il senso della missione in cui opera Don Davide. Ed è anche la storia di piccole ma significative realizzazioni come è stato per la Casa della Carità, progetto realizzato dalla precedente parrocchia di Usokami ( comprende ben 18 villaggi e si estende per oltre 100 km), in aggiunta all’importante ospedale che tuttora è aiutato dalla diocesi di Bologna. Aiuto fornito anche dalle tante suore là presenti e altre che nel tempo si sono avvicendate. Aiuto concreto in tanti altri casi e tuttavia sempre finalizzato a un progetto a cui concorreranno – una sorta di principio-base - anche le forze locali. Come anche per la prossima costruzione di una chiesa cattolica a Mapanda, il villaggio di Don Davide, capace di contenere le diverse centinaia di fedeli già presenti in quell’area. E’ questo lo spirito della missione, non certo un mero indirizzo economico, ma una crescita continua, anche spirituale, nella dignità e nell’impegno di tutti. Via che sembra indicare proprio Don Davide, già con l’aver imparato la loro lingua bantù, lo swahili, ormai la lingua ufficiale della Tanzania, e con quella poter comunicare. Non un aspetto secondario o solo tecnico, ma di grande forza nella relazione con la sua gente, i suoi fedeli, dai quali non vorrebbe essere visto soltanto come padre spirituale. Vorrebbe Don Davide, è il suo auspicio – e certo che è possibile – non essere soltanto considerato padre, ma loro fratello. L’ecumenismo è la parola di Don Davide. L’amore universale che agita il cuore.
LUIGI NANNI
Una bella storia di missione. Don Davide Zangarini da sei anni e mezzo in Tanzania. Mamma di Nardò (Anna del Sole, sorella di Francesco del Sole. Papà Paolo Zangarini). Don Davide, ovviamente, legato anche alla Chiesa di Nardò che ogni volta (succede ogni due anni) lo aspetta a braccia aperte.
Due le foto molto significative di Don Davide che è appena partito per Amsterdam e quindi Dar es Salaam, a cui aggiungiamo le seguenti didascalie:
1^foto/ Don Davide al centro, Da sinistra col barbone Dario, giovane missionario laico da un anno nella missione. Poi Davide, un ragazzo di 19 anni là presente per qualche mese; Franko (seminarista originario di un villaggio di Mapanda) e, ultimo a destra, don Marco, prete di Bologna, compagno di missione Don Davide.
2^foto/ una foto toccante che vede Don Davide parlare con un bimbo prima di un funerale.
















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