NARDO' - Ricordo del Prof. Mario Signore. Recensione dell’opera di Massimo Cacciari e Natalino Irti, Elogio del diritto, La nave di Teseo, 2019.
Si è ricordata la figura del Prof. Mario Signore nell’incontro organizzato nella Villa comunale di Nardò il 2 giugno 2021 per iniziativa dell’Università del Salento – in cui egli ha svolto la sua attività di docente di Filosofia – d’intesa con il Prof. Massimo Cacciari, emerito di Filosofia all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, filosofo, già sindaco del Comune di Venezia, con il quale il Prof. Signore era legato da vecchia amicizia. Ricordo l’incontro di diversi anni fa, organizzato dal Prof. Signore nella Sala di Piazza Tancredi dell’Università del Salento, a cui egli mi aveva invitato, per una conferenza del Prof. Cacciari sul tema “Etica e arte del vivere”.
In particolare, la Prof.ssa Manolita Francesca, docente di Diritto privato e co-rettore vicario nell’Università del Salento, in rappresentanza del Dipartimento di Scienze giuridiche, ha ricordato il Prof. Signore, noto studioso, autore di numerose opere in materia etica e filosofica, illustrando la sua attività e il suo notevole contributo alla cultura e alla crescita della società civile. Era presente la vedova, Signora Anna, che io ho salutato. Avevo avuto l’onore di conoscere il Prof. Signore in vita. Persona dal tratto gentile, ne avevo apprezzato i grandi meriti e la considerazione della comunicazione. Aveva collaborato con la mia rivista Terzo Millennio.
Nell’occasione la Prof.ssa Francesca ha presentato la pubblicazione in oggetto che affronta il tema dei rapporti tra diritto e giustizia attraverso un confronto del pensiero del Prof. Cacciari con quello del Prof. Natalino Irti, giurista, accademico, sulla base del saggio Elogio del diritto del filologo e grecista tedesco Werner Jaeger. Il problema, ella ha detto, “fa tremare i polsi al giurista” in relazione all’esercizio di “certa discrezionalità da parte del potere”.
Il libro comprende il saggio Elogio del diritto di Werner Jaeger, il pensiero – Destino di Dike – di Massimo Cacciari, e quello – Destino di Nomos – di Natalino Irti. Il saggio di Jaeger passa in rassegna gli esponenti del pensiero dell’antica Grecia per studiare il binomio diritto-giustizia. L’ideale della giustizia, che trascende il fatto umano, è impersonato dalla dea Dike, e si scontra con la legge umana. “I Greci hanno intensamente speculato sulla natura del diritto e della giustizia”: i poeti e filosofi greci “esprimono una fede inconcussa nella giustizia come fondamento di ogni più alta forma di vita umana”(pag,12). Esiodo nella Teogonia “descrive la genealogia degli dei in un modo che più tardi Aristotele felicemente ha definito ‘pensiero nazionale in forma mitica’ ” (pagg. 12 e seg.): “Dopo la sua vittoria sulle forze titaniche di una vecchia e violenta generazione di dei, Giove stabilisce l’ordine attuale del mondo fondato sulla giustizia” (pagg. 14 e seg.). Eschilo “attesta l’altissimo concetto che egli aveva della polis” (pag. 28): “la polis deve la sua alta posizione tra i Greci e specialmente nella democrazia ateniese al fatto che lo stato si identificava con l’ordine legale per il quale il popolo aveva combattuto per secoli”(pag. 27). Platone “ristabilisce la originale idea greca che la giustizia sia l’espressione della norma inerente alla stessa natura”, e la giustizia “può essere raggiunta soltanto mediante l’educazione”(pag. 39).
La nostra tradizione occidentale “posa su questa classica costruzione greca di un mondo del diritto che presuppone un kosmos nel quale l’uomo è connesso a un divino ordine di cose” (pag. 50): la moderna filosofia del diritto in parte ha conservato i fondamenti ontologici classici, e in parte ha aderito alla posizione dei sofisti nel senso del carattere e dell’origine subbiettiva della legge, con conseguente considerazione pragmatistica della sua validità. Il rapporto tra diritto (legge) e giustizia, però, rimane di estrema attualità nel pensiero contemporaneo, e, in effetti, l’ampio tessuto del pensiero greco conserva la sua straordinaria attualità per i preziosi spunti che offre, come già a Jaeger, in merito all’impostazione e alla ricerca di soluzioni dello scottante problema di tale rapporto.
Nel Destino di Dike Cacciari fa un’attenta analisi del pensiero che gli antichi Greci espressero nella forma mitica per cogliere spunti significativi, arrivando al credo ebraico e a quello cristiano: “Prima, nell’ebraismo, vi è identificazione tra Legge e Giustizia”, egli fa presente, perché “La legge stabilisce il patto inalterabile tra il Signore e il suo popolo, e giusto è chi mostra di restargli incrollabilmente fedele”. Infatti “Il Signore ha detto, e ciò che ha detto una volta per sempre è stato inciso”. Ora, solo colui che ha fede, il pistos, è salvo. Lo è ora, nell’istante in cui crede. Il Regno gli appartiene nell’istante in cui crede nel Cristo” (pagg. 98 e segg.).Nell’ambito del rapporto tra Dike (Giustizia, ideale) e Nomos (Legge), “entrambi”, egli dice, “vivono sull’orlo dell’abisso che può in ogni momento dissolverne la sostanza; riduzione del Diritto al puro ‘gioco’ tra legge scritta e sua interpretazione, per il primo; riduzione della fede-che-salva a ragione pratica e giudizio mondano, per la seconda” (pag. 106). .
Nel Destino di Nomos Natalino Irti ricorda che “Le pagine di Werner Iaeger si chiudono nel ‘disintegrarsi della base ontologica del pensiero giuridico ellenico'”, richiamandosi al pensiero sofistico “che riflette la crisi della polis”, sicché la legge , come dice lo stesso Jaeger, “sembra divenire una mera funzione del potere”: “la legalità è, essa stessa, giustizia”(pagg. 115 e seg,). In tal senso “La dissoluzione sofistica, il fondamento ormai riposto nella opinione e convenzione degli uomini, isolano il Nomos, lo sciolgono da vincoli religiosi ed etici, lo separano da Dike” (pag. 121), sicché “il Nomos, convertito in lex, si riduce a mera posizione di norme: dogmi dello Stato” , che possono essere “combattuti e scalzati da altri dogmi: una posizione di norme è rovesciabile soltanto mediante la posizione di altre norme” (pagg. 123 e seg,).
Nel dialogo, sulla base del saggio di Jaeger, tra Cacciari e Irti l’impostazione del problema del rapporto tra diritto e giustizia è diversa nel riferimento alla teoria del filosofo e giurista austriaco Hans Kelsen in ordine al bisogno, da parte del diritto, di abbandonare l’idea di giustizia per evitare di cadere in una contraddizione logica con conseguente deformazione del diritto stesso. Per porre un ordine certamente si deve sovvertire l’ordine precedente e si pone il problema della giustizia, ma Cacciari si dissocia dal pensiero di Irti quando ritiene che il processo non può essere compreso senza ricorrere all’idea di giustizia, che è immanente nella formazione della legge. Non esiste espressione di potere che non cerchi di giustificarsi e così di dare una giustificazione al proprio nomos. Vi è pluralità di istanze, è vero, perciò occorre un metro, una unità di misura (così faceva Aristotele: non solo dare a ciascuno il suo, egli diceva, ma bisogna volere il bene dell’altro). La legge, quindi, deve creare una mediazione (è l’ethos, una norma di vita): è la giustizia che si deve perseguire. “Queste mediazioni, però”, ha osservato Cacciari, “vanno operate secondo un’idea”.
Tra la presa di posizione di Cacciari e quello di Irti appare più convincente quella di Cacciari.
Il giurista non può liberarsi da questa idea, da questo pungolo, perciò, secondo Cacciari, non può seguire il “decreto” del grande Kelsen. Infatti, può il soggetto che fa la legge ignorare l’ethos, i mores, la consuetudo? La legge senza morale è vuota. Gli antichi romani dicevano: Quid leges sine moribus. La legge deve tener conto del “diritto muto”, e deve trovare mediazioni: questo è l’ethos.
Il giudice non è un automa nell’applicazione della legge. La diversità dei giudizi è connessa con l’idea di giustizia. Quando la Corte costituzionale censura una legge si rifà alla Costituzione, ma, in particolare, a un’idea di giustizia. E’ un problema, questo, osserva Cacciari a giusta ragione, che va dibattuto all’interno della formazione del giurista e del magistrato. Nei momenti di crisi questo problema esplode e la produzione legislativa va considerata in questo ordine di idee. L’assetto istituzionale pone la consapevolezza di questo problema.
Se il legislatore deve perseguire la giustizia con il tentativo di trovare mediazioni, e ciò secondo un metro, un’idea – io ho brevemente osservato nel dibattito che è seguito alla relazione di Cacciari nell’incontro citato –, entrano in ballo i partiti politici, che concorrono alla formazione delle leggi, secondo l’art. 49 della Costituzione. Considerata la nota crisi dei partiti e le possibili devianze per motivi non corrispondenti all’interesse pubblico, si auspica, io ho detto, una possibilità di controllo e di sensibilizzazione da parte dei cittadini, indipendentemente dall’appartenenza al partito politico, e ciò attraverso una espressione di democrazia partecipativa, concreta, efficace, però, che si potrebbe avere solo con un intervento di disciplina legislativa.
















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