NARDÒ - Ascanio Celestini, stasera alle 21, nel teatro comunale di Nardò, porta in scena lo spettacolo “Pro Patria: senza prigioni e senza processi”, un monologo arguto e pungente capace di intrecciare, in più occasioni, le aspettative tradite del Risorgimento e le condizioni delle carceri nel Belpaese. Celestini conferma ancora una volta la potenza evocativa delle parole e una presenza scenica energica, in grado di inchiodare il pubblico alla sedia per cento minuti. L'intervista all’artista romano.
Ma perché “Pro patria”?
“È un titolo un po’ ironico e provocatorio - risponde Celestini - legato al tema del Risorgimento italiano. Il narratore, durante il monologo portato in scena, parla idealmente con Mazzini perché ormai è un suo saldo punto di riferimento. Emerge così il senso rovesciato dell’idea paese unito e libero: la sconfitta degli eroi risorgimentali della Repubblica Romana del 1848 e la celebrazione dell’unità del 1861”.
Esistono, secondo lei, cortocircuiti nel percorso evolutivo del concetto di giustizia?
“Assolutamente sì. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla promulgazione di leggi frutto del marketing e della propaganda dei partiti. L’equiparazione di tutte le sostanze stupefacenti, per esempio, è stupefacente. La trasformazione in reato di un comportamento in passato ritenuto sbagliato, il rischio del carcere per uno che è scappato dal suo paese perché in quel paese c’è la guerra impongono una riflessione sul nostro concetto di giustizia. Numeri alla mano, in Italia il carcere sta diventando lo Stato sociale”.
Il sistema penitenziario italiano è nato già vecchio?
“Ha bisogno di una riforma profonda perché non si può continuare con il sistema delle “porte girevoli”. Il carcere è sovraffollato? Arriva il provvedimento di indulto o amnistia. Il carcere si svuota e si riempie in continuazione e sempre per gli stessi motivi. Dal dopoguerra ci sono stati una trentina di provvedimenti di questo tipo ma non è cambiato niente. Forse bisognerebbe pensare a mi- sure alternative alla detenzione, a coltivare idee di rieducazione”.
L’Italia di oggi, dove tanti super ricchi comprano le persone, può definirsi un paese democratico?
“Durante lo spettacolo è citato Carlo Pisacane. Diceva che non basta garantire uguali diritti per tutti. L’uguaglianza dei cittadini passa anche dall’uguaglianza economica. Un paese democratico si può definire tale quando non può verificarsi che uno sia così ricco da potersi comprare un’altra per- sona”.
Che sensazione ha provato nell’indossare una divisa?
“Una sensazione strana. La divisa che indosso durante lo spettacolo credo appartenga ad una milizia della Germania dell’Est. Pian piano l’ho arricchita di medagliette comprate nei mercatini dell’antiquariato e con le medaglie del nuoto da ragazzino. Le divise sono degli oggetti bizzarri, basta guardare i colori degli indumenti delle guardie svizzere del papa oppure il pennacchio dell’alta uniforme dei carabinieri. A volte ricordano le maschere carnevalesche”.
















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