NARDO' - Siano costretti - si fa per dire - a montare nuovamente l'impalcatura dell'articolo sulla questione che è diventata un caso nazionale. Il perché lo scoprirete solo leggendo.
I giudici (veri) puniscono i magistrati catodici e i tribuni televisivi. Una casta che sembrava intoccabile.
Il Comune di Nardò ha vinto la causa contro Rita Dalla Chiesa e Reti televisive italiane, che vengono condannati a risarcire i danni causati per aver diffamato l'intera Nardò, di fatto, durante la trasmissione televisiva “Forum”, in onda su Rete Quattro.
Tutto avviene nell'aprile 2007 quando la bolla televisiva scoppia con le immagini di Luigi Stifanelli il quale racconta la sua storia: dopo un rovescio economico l’Amministrazione non gli avrebbe trovato un idoneo alloggio popolare, costringendolo - a suo dire - a dormire all’interno della propria automobile. Che viene fotografata con lo “storico” cartello con tanto di numero civico, utile per recapitargli la corrispondenza.
Il problema non è l'alloggio di fortuna di Stifanelli ma le continue e infuocate affermazioni pronunciate durante il programma che servono sì per commuovere le platee di anziani e casalinghe che seguono questi programmi ma appaiono anche denigratorie al sindaco dell'epoca, Antonio Vaglio, ed alla compianta dirigente dei Servizi sociali, Anna Dell'Angelo Custode. Immagini e testo giornalistico, infatti, evidenziano il presunto “menefreghismo e disinteresse” dell’Amministrazione di fronte ai problemi della comunità.
Anche perché c'è un'altra verità che la trasmissione non afferma, senza dare quindi possibilità di contraddittorio al sindaco Vaglio: il Comune aveva offerto più volte alcuni alloggi popolari a Stifanelli che erano stati rifiutati.
E qui entra in gioco il legale incaricato dal Comune, Paolo Gaballo, che cita gli autori del servizio per diffamazione: secondo l'avvocato la vicenda esposta durante la trasmissione non ha il minimo fondamento di verità, in quanto ed era stata diffusa televisivamente con lo scopo di screditare l’immagine e la reputazione dell’Amministrazione e dell’intera comunità neretina.
Il plotone difensivo della Rti è di prim'ordine, c'è anche lo studio legale Previti e due avvocatoni di Milano. Ma Davide, come può accadere, sconfigge Golia ed un certo genere di giornalismo di denuncia fatto da chi, giornalista non è: il giudice Katia Pinto, dopo aver acquisito il video della trasmissione ed ascoltato tutte le parti interessate, ha condannato Rita Dalla Chiesa e Rti Spa, in solido tra loro, a risarcire i danni subiti dal Comune, pari a 20mila euro, oltre al pagamento delle spese processuali. Ed anche il sindaco Marcello Risi è contento: “La sentenza ristabilisce un corretto principio di giustizia stigmatizzando la colpevole superficialità con la quale la nota trasmissione televisiva aveva falsamente rappresentato l’attività dell’Amministrazione comunale di Nardò”.
La condanna al comportamento dei monoliti televisivi pronunciata nel piccolo tribunale di periferia, condannato a sua volta alla chiusura dal Governo nazionale, risveglia l'animale selvatico che alberga nel corpo dell'assessore ai Servizi Sociali, Giuseppe Fracella. Che pregusta già nuove denunce e nuove condanne. “Ora basta con il dipingerci come città di ingiustizie, di prevaricazioni e di nuove schiavitù – dice – questo attacco finirà presto perché, come si è visto, la giustizia fa il suo corso”.
E dalla vicenda di Rete Quattro prende spunto per cambiare canale: “La Città di Nardò, per mezzo dell'Amministrazione comunale ha il diritto dovere di difendersi contro chiunque metta in dubbio la nostra dedizione all'accoglienza. Chi denigra Nardò ed i neretini è avvisato e non c'è Rai 3 che tenga, né sindacati”.
Fin troppo facile associare l'episodio di cronaca alla questione che ha fatto circolare una devastante immagine della città nel resto d'Italia: Fracella si riferisce a Yvan Sagnet ed alla vicenda dei raccoglitori di angurie e pomodori, cavalcata con molta enfasi dalla Cgil e dalle reti televisive più progressiste.
Intanto, però, c'è un altro personaggio comparso su questo fertile terreno della polemica che merita un ricordo: proprio Luigi Stifanelli che, dopo la storia della sua macchina usata come abitazione, ha continuato a combattere nelle aule di giustizia. Il suo ufficio è sempre dentro alla Renault Clio parcheggiata in corso Galliano: lì dentro ha un archivio e tutte le sue carte con le quali ha incrociato le armi della denuncia con il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e al procuratore di Potenza, Henry John Woodcock, che dovrà presentarsi al tribunale di Catanzaro il 26 marzo proprio a causa di una citazione di Stifanelli.















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