NARDO' - “Solo in un campo di concentramento si può finire in queste condizioni”. La famiglia diffonde le foto scattate nell'obitorio che pubblichiamo opportunamente tagliate ma resta comunque valido l'avvertimento: non sono adatte a persone particolarmente sensibili.
Lo zio di Gregorio Durante non ci sta a seppellire le speranze di giustizia insieme con la bara di suo nipote Gregorio, morto a 33 anni il 30 dicembre scorso.
Così ha deciso di continuare a combattere dando alla stampa le fotografie che è riuscito a procurarsi, scattate quando suo nipote era disteso sulla panca dell'obitorio del carcere di Trani, poche ore dopo la morte.
Immagini che mostrano un corpo devastato da una immensa sofferenza. Sicuramente denutrito e per nulla corrispondente a quella descrizione che la sorella, Annarita, ne fa durante la sua testimonianza letta dalla zia Anna in chiesa: “rivoglio la mia “montagna”. Si, perché tu una montagna eri. Dopo averla scalata con fatica, dietro si poteva ammirare lo splendore di uomo che eri diventato. Cresciuto tanto in fretta per proteggere due donne: io e la mamma”.
“Mai parole sono state più rispondenti alla verità – dice Antonio Durante, lo zio che lo amava come un figlio – perché Gregorio era un colosso. Un ragazzone di un metro e 85, piazzato e robusto. Con una forza da far paura. Quando lo abbiamo visto così magro e denutrito ci siamo subito resi conto che troppe cose non sono andate per il verso giusto in quel carcere. Non è possibile che chi lo vedeva deperire ogni giorno di più non si sia reso conto che la situazione si stava aggravando velocemente”.
I lividi sulle ginocchia, le gambe ridotte a due stecchi. Questi gli “indizi” che Gregorio cadeva al suolo pesantemente e che le forze stavano andando via ogni giorno più velocemente, a causa della denutrizione. Poi l'addome incavato, le testimonianze del piantone e della madre che Gregorio non mangiava da giorni e non riusciva nemmeno più ad assumere liquidi. Nonostante tutto ciò è rimasto da solo nella cella numero cinque, quella con u solo letto e senza suppellettili. E lì dentro è morto.
“Sicuramente in seguito ad una crisi fatale – dice Antonio – perché le mani sono serrate in pugni e piedi sono contratti come artigli: lui ha avuto una crisi e nessuno se n'è accorto. Lo hanno lasciato morire senza soccorsi. Io cose così le ho viste solo nei film sul Nazismo, nei vecchi documentari sui campi di concentramento”. Ora la famiglia intende continuare la sua battaglia: Le Iene, Amnesty International, Nessuno tocchi Caino e chiunque possa dare quello che i Durante chiedono: verità.
Commozione e sgomento. Le foto diffuse dalla famiglia, che documentano le condizioni in cui i parenti hanno ritrovato Gregorio Durante nell'obitorio del carcere di Trani, hanno fatto il giro della città e lasciato annichiliti gli amici e i parenti, che ben conoscevano l'uomo morto nella “famigerata” cella numero cinque.
Una cella che, come ricorda bene l'avvocato Francesco Fasano di Racale, è quella senza suppellettili e con solo il letto, prova assoluta che il 33enne sia rimasto solo dalla sera fino al momento della crisi fatale che l'ha condotto alla morte. Momenti tremendi che al solo pensarci stanno facendo impazzire i familiari di Gregorio: “nessuno può augurare una morte simile a qualcuno, nemmeno il peggior nemico” dice lo zio dell'uomo, Antonio, battendo i pugni contro lo sterzo della sua automobile. Più passa il tempo e più si acquisisce consapevolezza, nella famiglia Durante, che il comportamento dei medici e della direzione del carcere sia stata a dir poco omissiva delle minime regole di gestione di un ammalato: dopo le crisi continue Durante era ridotto ai minimi termini eppure durante la notte che gli è stata fatale è stato lasciato solo.
“Nessuno lo ha visto quando cadeva in terra, quando ha avuto la crisi che lo ha devastato – continua lo zio – nessuno che abbia potuto tentare un soccorso, o chiamare il 118. Tutto ciò è successo in un posto che ha centinaia di persone che ci lavorano, tra addetti e responsabili. Ci sono troppe cose che non ci convincono per nulla”.
Per questo motivo Antonio Durante sta prendendo contatti con associazioni umanitarie che tutelano i diritti dei detenuti: “pensiamo ad Amnesty International ma anche a Nessuno tocchi Caino e anche alle Iene. Questo è un episodio che deve interessare la Corte europea dei diritti dell'uomo perché è una morte inspiegabile e che si poteva evitare e per questo chiediamo giustizia”.
Denutrito, pieno di lividi e magrissimo: nessuno dei suoi amici lo riconosce come il colosso che era Gregorio. Anche al padre, Pippi, sono stati nascosti i particolari più inquietanti di questa morte ma il segreto durerà poco perché l'uomo, attualmente detenuto a Sulmona, è stato a Nardò in settimana per visitare la cappella di famiglia, nella zona nuova del cimitero.



















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