PDM - Il racconto della domenica spostato al lunedì. Ma è bello comunque.
Oddio, sento ancora le loro voci, le sento ancora che mi risuonano
costantemente nella testa, sento le loro stridule risatine e il loro parlare
gracchiante mentre sono intenti a prendermi in giro e vedo i loro malevoli
sguardi di compassione, li sento come un peso che grava sulle mie spalle, sulle
mie spalle ossute, cariche d'ogni.
Ieri notte la casa era assolutamente vuota e compassionevole. Tutto girava
intorno alla mia persona e ai miei pantaloni rosa, alle mie carezzevoli
sfumature di un fard appena accennato, alla mia sciarpa avvolta intorno al mio
capo. Mi sta bene. Mi sta proprio bene questa sciarpa scura che mi ha regalato
mia mamma. Mia mamma... la amo quella donna, la amo tanto. La amo da sempre.
Lei sì che è donna, donna e complice, lei sì che mi capisce e mi consola. Mia
complice.
Ricordo quando da piccolo indossavo le sue scarpe alte e ricordo le cadute e
le risate che ci facevamo. Ricordo quelle risate. Tante risate e tanti sorrisi
complici e ricordo che mi capiva e mi nascondeva. Mi protegge da sempre, mia
madre. Come i primi tempi che litigava furiosamente con mio padre,
giustificando i primi trucchi sul viso... Ricordo le risatine dei parenti...
Oggi è stata una giornata gravosa e dei miei umori, del mio fare stravagante
se ne parlerà per un bel pezzo.
Le sento, le sento, quelle voci. Qualcuno posterà una mia foto, magari, sul
profilo che hanno creato quei fascisti. Non mi importa, non fa nulla, in fondo
ci sono abituato e a volte mi divertono pure. Certo quello scherzo che mi
fecero in aula non lo presi bene ma oggi, oggi è un altro giorno, un altro
giorno in cui decido di amare. Mica possono condannarmi se decido di amare,
figurati! E poi loro cosa ne sanno dell'amore, cosa ne sanno delle emozioni?
Sono già morti dentro e non se ne accorgono neppure. Però parlano, parlano e li
sento. Li sento bene. I loro occhi indagatori e carichi di ribrezzo e
commiserazione, quei gesti carichi di disprezzo malcelato.
Piccoli. Sono proprio piccoli. Mi gira la testa, ho i capelli scomposti e
fatico, non poco, a salire le scale, come se avessi le vertigini. Metterò un
po' di profumo, cerco un bel libro da leggere, mi devo distrarre, non ce la
faccio a reggere tanta pressione. Perché proprio io? Perché tanta confusione
nella mia testa, eppure il problema mica lo vivo male in fondo. Io mi vivo
bene, sono loro a farmi sentire diverso.
Prendo qualcosa, un'aspirina, magari. Già sollevare il piede per fare un solo
gradino, mi pesa tanto, più della sceneggiata che ha improvvisato quella
stronza della prof, questa mattina, per un po' di smalto sulle mie unghie a cui
tengo tanto.
Devo fare qualcosa, muovermi, scendere da questa camera che mi ha visto
crescere, dormire e vivere in silenzio la mia sessualità, da questa camera che,
silente, divide con me le voci. E parlano, parlano, parlano, parlano... Dio,
non smettono mai, mai! Avrei tanta vita da vivere, avrei tanto da offrire a
questa società triste e grigia, avrei un'infinità di sorrisi da regalare
ancora. Ti voglio bene, mamma, non credere... Ti prego, Dio, fa' che il nodo
intorno al mio collo regga, fa' che tutto finisca oggi, qui, adesso. Non voglio
essere come loro. Non mi avrete mai come volete voi.
dedicato a Davide che ha avuto il coraggio di osare. Non come Renatino che
nonostante avesse dovuto/potuto, si è tirato indietro.
Paolo Congedo















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