PDM - E si stava in compagnia, quella notte di una primavera inoltrata, a bere del buon whisky o rum scuro, d'annata. L'allegria non era scontata, l'allegria coinvolgeva tutti noi, trascinandoci in risate sguaiate che duravano un lasso di tempo infinito. Non c'era neppure modo di riprendersi, che le gote si sollevavano senza pietà, nuovamente, con toni ripetuti. “Belen” mi era di fronte e io ne ero già coinvolto fin nel profondo del mio animo. Non credevo potessi rinascere, non credevo potesse succedere. Già dalla sera prima i suoi occhi verdi e le sue forme tenere, da gatta che ronfa, mi avevano fatto rallentare il respiro. Quei colori erano gioia e vita, quei colori erano ciò che avevo scordato potesse essere. Sorriso e malinconia, questo leggevo in quell'unica piega che si formava fra le due sopracciglia, mentre il suo viso si corrugava pensieroso. Lei mi era di fronte e io sollevavo lo sguardo di sottecchi, rubandole, di tanto in tanto, un sorriso tenero. La conoscevo in ogni dettaglio, conoscevo il suo fisico di donna e fiore nel contempo. Lei accoglieva i miei sorrisi, ne ero certo. Lei accoglieva i miei sorrisi, volevo sperarlo, avvolta in quella maglietta in tessuto sintetico, sazia di quei colori come del suo cuore.
Mi sarebbe piaciuto sentirne l'odore, mi sarebbe piaciuto averla vicino, come ora, che il fumo della sua marlboro mi circondava.
Quanti amori mi rubava la notte, di quante carezze mi circondavo, mentre la luna piena illuminava silente la mia vita.
“Belen” aveva fascino, su di me. “Belen” aveva un grande ascendente sui miei sentimenti, glielo feci sapere solo un attimo prima di andare via.
Paolo Congedo
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