NARDO' - "I visitatori avrebbero stentato a credere alla polemica in corso per la titolarità del torrione del Castello".
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In visita a Nardò, in occasione della “XXVI Giornata Internazionale della Guida Turistica”.
Talvolta, per conoscere la propria città, abbiamo bisogno del contatto col forestiero, di altri occhi. Soltanto allora riusciamo meglio a renderci conto della realtà in cui viviamo e considerare se nel tempo, l’abbiamo valorizzata o semplicemente capita. La necessaria premessa per “spiegare” una visita guidata effettuata a Nardò, sabato 21 febbraio, in occasione della “XXVI Giornata Internazionale della Guida Turistica”.
Aggiungiamo, una normale visita, ben partecipata, come pure ci capita di vedere. Ma ricca di spunti e situazioni. L’itinerario scelto ha avuto inizio dalla bella Piazza Salandra, una vera “quinta” teatrale, con la Guglia dell’Immacolata a dominare dall’alto. Giudizio entusiasta e l’osservazione che ti saresti aspettato: una magnifica piazza, che però necessita di interventi di restauro, volendo ripristinare l’antico apparato visivo. Una delle statue, Sant’Anna, è mutilata in più parti. Siamo ben d’accordo.
La facciata della vicina Chiesa di San Domenico, il “Dies Irae medievale” poi, ha lasciato letteralmente di stucco. Parlando del terremoto del 1743 e dei Domenicani a Nardò, i grandi e anche infuocati predicatori che un tempo pure li ascoltavi soprattutto durante il periodo pasquale. Eppoi, la facciata “retablo”, una sorta di codice miniato, con i suoi Erma giganti e gli omuncoli che si fanno interpretare per la loro postura (sull’argomento, notevole lo studio di Paolo Marzano). La prossima volta che vi passerete davanti, fermatevi a meglio osservare.
A file serrate, è stata poi la volta della Cattedrale e dei suoi seicento anni e passa, ricca di preziosità, di affreschi e grandi tele e con la curiosità di sapere che il tetto è in larice e i travoni sono stati rimossi dal Palazzo Ducale di Venezia, poi fatti sbarcare a Gallipoli. Tornando sui propri passi, ci aspettava il Teatro Comunale. I visitatori (oltre ai locali, provenivano da Lecce, Maglie, Aradeo, Castrì) erano emotivamente partecipi. Che Teatro! Ancor più bello con la sua calda luce.
Disponibilissima la direzione del Teatro a consentirci la visita, nonostante fossero impegnati nell’allestimento dello spettacolo serale. Non ci è voluto molto a capire che il gruppo di turisti era davvero soddisfatto. La guida se ne rende conto sin dalle prime battute, vedendo che si mantiene compatto. Quando, poi, la guida locale deve accompagnare dei forestieri il suo impegno è doppio. Dovrà per prima cosa affrancarsi dal possibile campanilismo e fornire una rappresentazione vera dei luoghi, attraversando arte e storia.
Usciti dal Teatro, era doveroso visitare la sede della Società Operaia di Nardò, alias Società di Mutuo Soccorso, sorta nel 1865! Non se ne conoscono di più antiche. Praticamente soltanto quattro anni dopo l’Unità d’Italia. Per quest’anno sono previste iniziative per il 150° anniversario.
Bisognerebbe meglio conoscerla, perché è un pezzo della nostra storia. Basta leggere qualche articolo del loro Statuto (1920) per rendersi conto di quanto è stata grande la loro organizzazione sociale (ripetuto a senso):
“Il socio malato in ospedale è assistito da due soci”; “ la famiglia del socio indigente se non povero è aiutata dagli altri soci”. Grande mutualità e grande civiltà che parla anche oggi a tutti noi. E ove si pensasse che si tratta di un gruppo di anziani, dediti alla sola lettura dei giornali, si sbaglia. Sono diverse centinaia gli iscritti e non mancano i giovani a prendere iniziative. Di recente si sono fatti sentire con forza, lanciando l’allarme sulla mancanza di lavoro a Nardò. Cosa vera. Altra cosa è sapere se questo allarme sia stato mai raccolto!
Senza sosta (quando, invece, è d’uso fermarsi per prendere un caffè) si è andati ancora in giro: il complesso del Carmine, la Chiesa di Sant’Antonio, la bellezza dei palazzi di Nardò, capolavoro celebrato in manuali di costruzione, le piazzette. Infine, attraversato uno spicchio di centro storico, eccoci in Piazza La Rosa (buia, merita una sistemata) e quindi in via Lata. L’avevamo inserita nel nostro itinerario poiché, dopo aver fatto qualche centinaio di metri si sarebbe offerto lo scrigno della Chiesa di San Giuseppe (grazie a Mino per avercela aperta).
Eravamo a due terzi del programma. Una guida deve saper “partire forte” e non arrivare a corto di fiato e d’interesse. Anche perché la città non è fatta di soli monumenti. Ci salvava l’esperienza. Sicchè siamo saliti al piano superiore del bellissimo “ Relais Il Mignano”, dove ci ha accolto il personale sempre disponibile e generoso. E’ stato possibile vedere la città dall’alto, punteggiata di palazzi e chiese. Anche quelle che non siamo riusciti a visitare (complesso di Santa Chiara).
Ancora pochi passi per la Villa Comunale, un vero giardino botanico, curato dall’agronomo Bruno Vaglio, a ridosso del Castello, un tempo residenza della grande famiglia dei Personè. La passeggiata pomeridiana si concludeva col buio, allo scadere della terza ora di visita, e in tempo utile per visitare il Museo della Civiltà Contadina, nel torrione del Castello. Grandi artefici, Gregorio Caputo, Paolo Zacchino (di recente scomparso) e un gruppo sempre più nutrito di collaboratori, sulla “scena” (in quanto anche attori e produttori) da oltre trent’anni. Una bella chiusura, apprezzata dai partecipanti.
La guida (ben informata) si è guardata dal riferire sulla velenosa polemica imbastita da taluni sull’uso del torrione da parte dell’associazione “Amici Museo Porta Falsa”. Nel senso che, ospitata in quel luogo, godrebbe di una sorta di privilegio rispetto ad altre. Davvero, non è cosi! Anzi, irriconoscenti. Anche perché si rischiava di guastare la bella serata. Con i partecipanti che avrebbero stentato a crederci.
Luigi Nanni
Sento l’obbligo di ringraziare alcuni illustri studiosi neritini, miei amici, che con i loro importanti scritti hanno contribuito alla mia formazione (ordine alfabetico): Giancarlo De Pascalis, Marcello Gaballo, Paolo Marzano, Mario Mennonna, Benedetto Vetere. Mi scuso sin d’ora per le inevitabili omissioni.















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