Arrendersi o reagire. Ma come fare?
La legge elettorale della Regione Puglia ( dopo l'elezione delle Province),
e l'affossamento della parità di genere fa indignare tutti ( o quasi).
Ma fanno ammuìna.
E' stato utile anche ricordare il caso di Nardò dove le donne sono una chimera.
Di qui un giudizio lapidario (su molti dei protagonisti).
DONNE, NON ASPETTATEVI NULLA DAI MASCHI
MA LA VOSTRA LOTTA NON SIA A INTERMITTENZA!
In atto la politica del menefreghismo e la violazione delle regole.
A Napoli la famosa espressione “facìte ammuìna” sta a significare il fare rumore rispetto a una questione, ma al solo scopo di trarre un qualche vantaggio personale. Alla fine, un comportamento furbo.
La stessa cosa succede dalle nostre parti. Si avvicinano le elezioni regionali e non c’è politico che non abbia avuto un pensiero per le donne, quasi fossero una categoria dello spirito. La Festa dell’otto marzo, poi, li ha fatti scatenare. Impossessandosene (della festa). Ovvio, in buona fede.
Il candidato Schittulli non ha avuto altro pensiero che per “loro”, autodefinendosi “Il medico delle donne”.
Vero, probabilmente, visto la sua specializzazione medica. Il candidato Emiliano si è spinto più in là, promettendo di indicare come capolista “solo donne”. Opzione che probabilmente le stesse donne non si aspettavano. Qui siamo all’esagerazione, all’overdose e non giuriamo che sia la scelta migliore. Come si vede, non c’è il senso della misura. Anzi, di questa non si tiene conto, ogniqualvolta intere giunte vìolano i regolamenti e non rispettano l’indicazione della parità di genere.
Sempre invocata in campagna elettorale e poi puntualmente ignorata. In questi casi è successo qualcosa? Non è successo nulla e nessun prefetto (tale figura, sempre più pleonastica, soltanto in Italia) si agita più di tanto. Poi succedono vere mascalzonate. Nel senso che ci sono i mascalzoni della politica che non temono nulla e sanno di non essere nemmeno contrastati.
Prendiamo l’elezione delle Province, a cominciare da quella di Lecce. Uno scandalo incommensurabile. Un’idiozia regolamentare. E la cosa che in tanti se ne siano accorti farebbe pensare che gli aggiustamenti siano dietro l’angolo. Macchè! Non si sa cosa fare. Né per i servizi (sempre più scadenti), né per assicurare un decente destino al personale, costretto a protestare sui tetti. E, ovviamente, senza sapere cosa dovrà fare come istituzione domani. Senza soldi, senza risorse. Una sorta di grecizzazione in salsa salentina. Ma su questa elezione soffermiamoci alla loro composizione, formatasi con un insulso artificio contabile. Sedici consiglieri di cui soltanto una donna, quella Simona Manca (già vicepresidente) che da tempo viene presa di mira e pesantemente minacciata (a lei va ogni solidarietà). Ci pensate? Quindici a uno! E tra i quindici ci sono quelli che parlavano della necessaria parità di genere!
Alla Regione Puglia, se possibile, è andata anche peggio. Leggete con attenzione (qui di seguito), quanto diceva un articolo (evidentemente, poi cancellato) della legge regionale approvata il 26 febbraio 2015 che detta le regole per l’elezione del Consiglio Regionale della Puglia:
“Nelle liste dei candidati è assicurata la rappresentanza di entrambi i sessi. In ogni lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento. Ai gruppi consiliari formatisi a seguito dell’esito delle elezioni composte dai movimenti e dai partiti politici che abbiano presentato liste non rispettose …(seguono sanzioni)”.E’ poi successo che con voto segreto questo articolo sia stato affossato, facendo fare a tutti i partiti, soprattutto a quelli di maggioranza, una pessima figura. “Se ne fottono delle donne!” E’ questa l’espressione più colorita e vera, detta da un consigliere (stavolta c’è da crederci) che aveva votato secondo criterio. Ma, alla fine, non è successo nulla.
Qualche protesta e nessuna iniziativa per affossare una legge così illiberale. Ecco, qui si vede la debolezza dell’organizzazione femminile (chiamiamo così, sbrigativamente, ogni istanza chiamata a far difendere e promuovere la parità di genere). Una volta saputo l’esito della votazione, quelle donne forse avrebbero dovuto reagire con maggiore durezza. Ma non è successo nemmeno questo, a dimostrazione del fatto che per la parità dei sessi e per sapere come doversi comportare, bisognerà ancora consultare qualche statuto svedese o finlandese.
Ma, diciamolo pure, la situazione è generalizzata e non riguarda solo Nardò. In ogni caso, in questi giorni e stando sempre in argomento, c’è stato un discreto scambio di opinioni tra l’avvocato Vincenzo Candido Renna e il Presidente del Comitato Pari Opportunità Vito Berti. Il primo, semplicemente (e, a mio modo di vedere, anche correttamente, sulla questione della parità di genere) rammentava il “peccato originale” al momento della nascita dell’esecutivo di Nardò, richiamando la normativa comunitaria, costituzionale e ordinaria e si chiedeva come mai il CPO non fosse intervenuto sulla situazione.
Il buon Berti ha risposto che non si poteva fare, non potendosi la legge Delrio applicarsi alla giunta in questione. E’ certo che non è così e comunque, bisogna aggiungere, si poteva fare diversamente, come pure il senso comune richiedeva. Eppoi, non ci dovrebbe essere bisogno di una legge per dare spazio alle donne.
Tuttavia, Berti si è detto disponibile, sulla materia, a portare all’attenzione del CPO ogni istanza che venisse presentata, perché a quel punto verrebbe “attentamente” esaminata. Stavolta sì, è quello il compito che il CPO dovrebbe normalmente fare.
Luigi Nanni















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