NARDO' - Il docu-film di Sabina Guzzanti, feroce atto d'accusa.
Proviamo a raccontare a chi ha visto (e anche a chi non l’ha ancora fatto) il docu-film “La Trattativa” proiettato in questi giorni in molte sale italiane, lunedì al Pianeta Cinema di Nardò. Una distribuzione faticosa, in quanto ostacolata, per il lavoro della brava Sabina Guzzanti, della quale colpisce la passione politica, l’indignazione tout-court per la storia contemporanea del nostro Paese. Cosa che rende evidente e non nasconde, ogniqualvolta con generosità accompagna al film il dibattito. Nel senso che “testimonia” con la sua presenza, lei stessa “attrice” di vicende che hanno influito pesantemente sulla recente storia politica italiana. Un po’ come si faceva alcuni decenni fa quando, davvero, il cineforum era uno dei momenti clou e uno dei paradigmi del dibattito e della stessa militanza. Ovvio, bisogna avere una certa età per ricordare come tutto si sia svolto nel tempo. Alla fine, sempre di film si trattava, ma quelle pellicole avevano una forza di evocazione senza pari. Trame che riguardavano episodi di conflittualità operaia, di emigrazione, di degrado dell’ambiente. Per fare un solo esempio, credo che siano stati in tanti a vedere “Com’era verde la mia valle”, film del 1941(!) di John Ford. Credo anche che quel film, per tanti un piccolo capolavoro, abbia dato un importante contributo a tematiche che si sarebbero ripresentate. Si dirà, un’altra epoca.
L’improprietà del confronto col film della Guzzanti è solo apparente. Storie diversissime e, certo, di altra portata. Ma una volta seduti e vedere la traccia del film, l’impietosa ricostruzione della trattativa tra Stato e mafia (forse, e forse non soltanto per far cessare le bombe che hanno devastato l’Italia), “certificata” da rigorosi atti processuali, lo spettatore resta stordito e quasi incredulo che tutto possa essere avvenuto. E, un istante dopo, constatare con disincanto che tutti o quasi i personaggi collusi l’hanno fatta franca o impastoiati in processi gelatinosi, così lunghi da consegnare la staffetta dell’informazione ai nipoti per farsi raccontare come poi tutto si fosse concluso. Davvero, non c’è alcun conforto nel sapere (tesi del film) che Berlusconi ha fatto quello che ha fatto grazie alla mafia e che il colonnello Mori era in contatto con varie cosche, così come il giudice Tinebra, sapendo poi che tutti e tre (nomi presi a caso tra diverse decine) hanno evitato la “giustizia” (nel senso che la “giustizia” li ha solo sfiorati, dandogli un buffetto). Per giunta, godono di buona salute, fanno affari (sempre Berlusconi) e carriera (gli altri due).
Ed ecco la tesi che, credo, possa trarsi dal docu-film. L’essere uno straordinario documento con personaggi che hanno attentato alla sicurezza dello Stato e altri (nel caso i giudici Falcone e Borsellino ammazzati, accanto a poliziotti, carabinieri, giornalisti, gente comune) chiamati a difenderlo (lo Stato).
Ora lo sappiamo com’è andata e, per dirla con Pasolini, “abbiamo le prove”, fossero anche mancanti. E’ questo lo “scandalo” che produce il lavoro della Guzzanti. Dopodichè non si fa in tempo (proprio così) a riflettere ben bene sui vari passaggi del film, che l’attualità ci travolge, con la corruzione alla porta. L’attualità delle mafie e del malaffare che (ci si sta accorgendo!) fanno scansare l’Italia ai grandi investitori. Ma, è chiaro, non è soltanto economia. Un bubbone chiamato mafia, ndrangheta, camorra e sacra corona unita e che non sarà facile estirpare. Anzi, fior di analisti aggiungono che la situazione è fortemente peggiorata rispetto al recente passato. E con leggi anti-corruzione che tardano ad essere varate e altrettante per assicurare un appalto regolare (la legge attuale favorisce l’illecito e un giudice di recente ha pure affermato che la maggior parte degli appalti è truccata!).
Sicchè, possiamo essere pervasi dalla più forte indignazione, ma avremmo tutti bisogno di una piccola luce che ci accompagni nel cammino. Perché è difficile “commentare” il film, molto più facile per la parte artistica, con un “racconto” che si può definire spietato. Insomma, un film “diverso”, non indulgente e che colpisce. In quel film, comunque, la custodia di un periodo che non ci vede protagonisti. E, pertanto, siamo portati a leggerlo come un libro di storia. Contemporanea. Da studiare, perchè riguarda il nostro Paese ed è importante che tutti ne veniamo informati (utile farlo vedere alle scuole come s’è deciso). Subito dopo, però, dobbiamo saperci fare la domanda decisiva e alla quale dare la giusta risposta.
Per fare un’altra citazione, stavolta altisonante (John Kennedy), non dobbiamo chiedere cosa può fare il Paese per noi ma dire cosa possiamo fare noi per il nostro Paese. Un cambiamento di prospettiva fondamentale. Con ciascuno di noi a seguire un percorso virtuoso in ogni settore di lavoro o attività. Giorno dopo giorno. Banale, forse, ma non si può fare diversamente. E lo si farà con sempre maggiore utilità (e dignità) per la Giustizia (maiuscolo) sempre pensando ai poveri Falcone e Borsellino, ai tanti giudici massacrati, ai tanti Servitori dello Stato (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza) caduti nell’adempimento del dovere, a testimoni del loro tempo (i sacerdoti Diana, Puglisi), ai tanti cittadini che si sono opposti alla cultura mafiosa e continuano a farlo. Se non si temesse di essere retorici, si potrebbe dire che il quel film c’è la lotta tra il Bene e il Male e che si fa sempre in tempo a scegliere da che parte stare.
A ben pensarci è forse questo il messaggio che il docu-film della Guzzanti ci ha voluto dare.















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