NARDO' - E’ questa la “fotografia” scattata sulla “Villa” in un pomeriggio assolato.
Il dolore per la morte di Abdullah e la “necessità” per Nardò di capire la nuova realtà
La materia è difficile da trattare. Si rischiano parole inappropriate e anche lontananza dal problema. Ma bisogna pur sempre attenersi ai fatti e c’è da sperare che la morte del migrante sudanese Abdullah Mohammed non rappresenti un fatto fine a se stesso. Vale a dire, una disgrazia, un incidente. “Che si poteva evitare” – ha detto qualcuno.
E’ sempre questa la desolante locuzione che viene riferita in queste circostanze. Purtroppo, non è così. Perché questa morte non si può facilmente archiviare e fa il paio con l’altra di qualche tempo fa. Forse già dimenticata e dimenticato anche il nome dello sfortunato raccoglitore di angurie e pomodori. Anche allora si disse qualcosa che sta echeggiando in queste ore.
Lo sfruttamento dei caporali, il duro carico di lavoro, le misere paghe, le condizioni inaccettabili di vita e di lavoro e finanche i personaggi. Che sono sempre gli stessi, sulla cresta dell’onda. E un’infinità serie di “attori”, Amministrazioni locali, Prefettura, Ufficio del Lavoro e tanti altri che, ove si fossero maggiormente coordinati (per tempo, ma non succede mai!), avrebbero alleggerito il problema, forse l’avrebbero persino risolto.
E, invece, c’è sempre troppa materia da contendere e non si capisce mai chi debba “prendere l’iniziativa”. S’intende, “istituzionale”, perché poi davvero non mancano le reti di solidarietà, per questa come per altre volte, che si dannano l’anima per dare una mano ai migranti. Le citiamo subito, scusandoci per le tante omissioni: “Diritti a Sud, Emergency, Caritas Diocesana.
E, tuttavia, tutto ciò sembra non bastare. Anzi non basta in ogni caso se, a breve distanza dal “terremoto” giudiziario che ha portato all’operazione Sabr si è praticamente al punto di partenza (il processo è tuttora in corso, con la costituzione di parte civile della Regione Puglia, avvocato Annagrazia Maraschio, Ivan Sagnet, avvocato Viola Messa, Cgil, avvocato Vittorio Angiolini, Mohamed Benbelgacem, avvocato Francesco Polo).
E con la novità, comunque apprezzabile che, a differenza dell’altra volta, a seguito della morte del migrante, il Comune di Nardò ha deciso di costituirsi parte civile. Segno evidente che si comincia a fare sul serio e a fare di tutto per smascherare ogni responsabilità. Anche perché rischiamo di essere invischiati nel frastuono delle dichiarazioni estive e di maniera, con un pizzico di demagogia che può essere vista anche nell’intervento del buon governatore Emiliano. Costretto a convocare d’urgenza sulla dura questione il suo assessore al Welfare Salvatore Negro e il sindaco di Nardò Marcello Risi.
Ed ecco che avviene il “prodigio”, col reperimento di tende, brande e un presidio medico in quella ex falegnameria della contrada Arene Serrazze. Ci pensate? Praticamente ad inizio di agosto, quando restano pochi giorni di lavoro e altrettanti per mettersi a posto con la propria coscienza.
Si dirà che qualcosa è stato fatto, anche dall’amministrazione di Nardò e questo è certamente vero, ma non si riuscirà mai a comprendere la portata del problema senza chiamare a raccolta i vari enti e fargli “dichiarare” cosa vorranno fare, se lo vorranno fare, con quali risorse. E sempre col calendario sul tavolo. Il volontariato, poi, come sempre farà la sua parte, ma non si potrà mai pretendere che a questi venga affidata la soluzione di un problema così grande. Che prima di essere economico e logistico è profondamente culturale. Provare a capire il problema e, se possibile, fare qualcosa. Senza chiudersi a riccio, quasi a temere il contagio.
Il sentimento che mi è stato ispirato da questa “fotografia” scattata sulla “Villa” di via XX Settembre. Credo fosse un mercoledì di un mese fa. Un pomeriggio di riposo, meglio di attesa di lavoro. A occupare le panchine trentadue migranti.
A gruppi di due, tre, quattro. Compartimenti stagni. Probabilmente per nazionalità. Nemmeno troppo ciarlieri e persino assorti in silenzio, con un’evidente separatezza e distanza dal mondo circostante. Non un solo italiano nell’area, che avesse provato a parlare, a chiedere qualche notizia, insomma a scambiare due chiacchiere. Né quella nè, immagino, altre volte. Un mondo chiuso. Sperando e invocando aiuti che potranno meglio organizzarsi in futuro, potremmo iniziare proprio da questo per spezzare le catene dell’indifferenza e dell’egoismo. Guardando, praticamente, altrove.
Luigi Nanni















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